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Cultura > Arte > 01 Maggio 2007

Trieste, Vienna, Firenze: il filo rosso di Dyalma Stultus

opera di Dyalma Stultus

Firenze (--) - L’incanto della pittura astratta e fantastica dell’artista Dyalma Stultus (Trieste 1901 – Darfo, Brescia 1977) rappresenta il tema di una rassegna d’eccezione, organizzata a Firenze sabato 5 maggio dalle ore 18.00 alle 23.00 e domenica 6 dalle 16.00 alle 20.00 dalla Florence University of the Art nella propria sede di Palazzo Guicciardini-Strozzi (Corso Tintori, 21). L’evento, del tutto inedito per il capoluogo toscano, propone una trentina di lavori del pittore triestino, che saranno introdotti sul piano critico dall’architetto Marianna Accerboni. In concomitanza sarà inaugurata la mostra di fine semestre con una selezione delle opere migliori degli studenti di arti visive della FUA.
In tale sede, aperta a tutti gli stranieri, ma frequentata soprattutto da studenti statunitensi – si potranno ammirare le opere che l’artista, noto a livello nazionale e internazionale fino alla fine degli anni cinquanta per il magico equilibrio fantastico della sua raffinata figurazione pittorica d’inclinazione novecentista, aveva realizzato dai primi anni sessanta in poi, per circa un decennio, compiendo un decisivo giro di boa verso la sperimentazione del lessico astratto e informale, con cenni d’ispirazione surreale e metafisica.
«Tra il 1960 e il 1972” scrive Accerboni “Stultus sperimentò infatti una maniera pittorica completamente nuova rispetto alle predilezioni linguistiche precedenti, trasponendo il Leitmotiv del suo linguaggio, cioè il sogno poetico, dai temi della figura umana, della natura morta e del paesaggio, nella sintesi contemporanea di elementi cromatici e formali. La declinazione di tali suggestioni pittoriche si esplicò mediante tecniche miste e collage su carta e su tela, monotipi e polimaterici, che riesumavano gli esiti della sua giovanile frequentazione, avvenuta negli anni Venti, delle Biennali veneziane, nel cui ambito l’artista aveva potuto cogliere il lessico dell’avanguardia europea dell’epoca, che nelle kermesse lagunari era ampiamente rappresentata.
Una particolare sensibilità, quella del pittore triestino, che nel ’41 si sarebbe trasferito definitivamente a Firenze, e non casuale: la raffinata e poetica linea pittorica di Stultus, comune per altro a diversi artisti suoi concittadini, trovava infatti riferimento nel ruolo ancora centroeuropeo della Trieste del primo novecento e nella conseguente possibilità da parte dei pittori locali di essere particolarmente aggiornati nei confronti delle avanguardie, che stavano fiorendo all’Accademia di Monaco, frequentata alla fine dell’ottocento anche da Kandinski e da Klee, a Berlino e a Vienna, dove si era diffuso con Gustav Klimt (Vienna 1862 - 1918) il linguaggio della Secessione e successivamente con l’austriaco Oskar Kokoschka (Pöchlarn 1886 - Villeneuve 1980) il lessico espressionista. Un clima, quello tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta a Trieste, che il famoso critico triestino Gillo Dorfles ricorda animato da personaggi come Svevo, Arturo Nathan, Bobi Bazlen, Leonor Fini, alcuni dei quali, assieme a Joyce, furono legati anche a Stultus. Tant’è che l’autore de “La coscienza di Zeno” donò al pittore un esemplare della prima edizione di tale romanzo. E la famiglia Veneziani, da cui proveniva la moglie dello scrittore triestino, commissionò ripetutamente all’artista la scenografia e la decorazione per varie feste. Così come il principe Raimondo di Torre e Tasso gli affidò - riponendo in lui molta fiducia e trattandolo, nonostante la differenza d’età, con molta deferenza - il restauro e la decorazione di alcune parti dello storico castello di Duino, sito in posizione incantevole vicino a Trieste. “Una città” afferma non a caso Dorfles “che, anche se periferica, era decisamente più centrale rispetto all’Europa, di quanto non lo fosse allora il resto d’Italia».
«Ma nel ’32 Stultus – prosegue Accerboni - avrebbe colto degli spunti innovatori anche a Parigi, dove, invece di andare a visitare i musei che presentavano le opere di autori storicizzati, amava piuttosto frequentare quelli di arte africana e primitiva, che avrebbero ispirato numerosi protagonisti della modernità. Il linguaggio astratto e informale dell’artista triestino, del tutto inedito per Firenze, rappresenta un momento molto alto della sua pittura, le cui premesse erano già presenti in nuce negli schizzi e nelle scansioni cromatiche elaborate dal pittore verso la fine degli anni cinquanta. Di grande interesse sono anche - e rappresentano quasi una premessa all’astratto - i lavori “fantastici”, realizzati tra il 1960 e i primi anni settanta, in cui Stultus rielabora alcuni aspetti della pittura narrativa e novecentista, donando loro, attraverso una tecnica sapiente e accuratissima, da virtuoso d’accademia, un tocco magico e onirico, come accade per esempio in “Panno tragico” e nella serie intitolata “Drappi animati”, che trasudano vigore e sogno, inquietudine e modernità. E la pittura a spruzzo, i panneggi e gli effetti chiaroscurali, di cui l’artista si servì per realizzare tali opere, rappresentano proprio le tecniche in cui erano maestri gli allievi della Kunstgewerbeschule di Trieste. Un filo rosso lega dunque il capoluogo giuliano, Vienna e Firenze attraverso l’opera di Dyalma, nei cui lavori dell’epoca più matura il novecentismo italiano s’intreccia a qualche cenno d’ispirazione metafisica e surreale e alla sperimentazione astratta. Attraverso una sensibilità surreale e metafisica Stultus trasferisce nel sogno delle “Colline animate” e delle “Pietre animate” anche il ricordo della sua terra d’origine, identificata nella pietra carsica erosa dall’acqua e resa inquietante da un aspetto vagamente antropomorfo, che conferma il legame culturale di alcuni artisti triestini con il simbolismo nordico. A tale ciclo appartengono per esempio anche gli oli su tela “Uomo di pietra” e “Senza titolo”, rispettivamente del ’75 e del ’76; mentre verso una maggiore sintesi si avvia l’opera intitolata “Unione” e richiama invece le leggende, il “Risveglio” di due figure umane dagli intrecci vegetali».
«Nel ’31 Stultus si recò a Rodi – aggiunge Accerboni - con il principe Alessandro della Torre e Tasso e da quel soggiorno nacque la creazione di una serie di eleganti e vivaci ceramiche, esposte in mostra, che rammentano in sintesi l’atmosfera presente nei quadri del periodo novecentista. In questa mostra – che per gli allievi della Florence University of the Arts rappresenta anche un evento da studiare – sono visibili pure due stupende sculture in gesso e creta dorata, le quali raffigurano l’artista e la moglie Norma in tutta la loro giovane bellezza: a dimostrare l’elegante poliedricità del pittore, incoraggiato fin da giovanissimo da critici di rilievo come Nino Barbantini, il quale lo appoggiò in occasione della prima personale, che egli tenne a soli 21 anni nella prestigiosa sede veneziana di Cà Pesaro. Stultus si trovava infatti nella città lagunare per frequentare – grazie a una borsa di studio del Comune di Trieste – l’Accademia di Belle Arti, dove studiò sotto la guida di Augusto Sezanne ed Ettore Tito, diplomandosi nel ’21. A Venezia ritornò per partecipare a numerose Biennali (nel ’36 e nel ’42 con una personale), così come fu presente a varie Quadriennali Romane ed espose in seguito in sedi di prestigio in moltissime città italiane e straniere, ottenendo sempre vasto consenso di pubblico e di critica. Un consenso che non è venuto meno anche dopo la sua morte, grazie all’attivazione deDyalma Stultusll’Archivio Dyalma Stultus, curato dagli eredi».
L’evento è stato realizzato grazie a Gabriella Ganugi (President), ideatrice e promotrice del progetto, Cosimo Bargellini (Program Director), Susan Madocks Lister (Academic Dean), René du Terroil (Assistant Dean), Giulio Vinci (Studio Art Coordinator) della FUA. Hanno collaborato lo Staff di Apicius e di FUA.

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