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Cultura > Teatro > 26 Febbraio 2007

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“Io, l’erede”: De Filippo smaschera l'ipocrisia e il perbenismo

Geppy Gleijeses e Leopoldo Mastelloni

Monfalcone (GO) - La stagione di prosa del Teatro Comunale di Monfalcone prosegue, lunedì 26 e martedì 27 febbraio, alle ore 20.45, con “Io, l’erede”, opera fra le meno conosciute, e frequentate, del grande Eduardo De Filippo, diretta da Andrée Ruth Shammah e magistralmente interpretata da Geppy Gleijeses e Leopoldo Mastelloni.
La commedia, scritta in napoletano nel 1942 e riscritta in italiano nel 1968, è ispirata ad un “fatterello” autobiografico e si apre sulla commemorazione funebre di Prospero Ribera: la famiglia Selciano, da sempre impegnata in opere di beneficenza, è riunita per ricordare il caro estinto che, per ben trentasette anni, ha vissuto come loro ospite fisso. Quando, improvvisamente, bussa alla porta il figlio di Prospero, Ludovico, il quale reclama per sé il posto del padre, nessuno dei Selciano riesce a contrapporre validi argomenti alle sue motivazioni. Dal paradosso iniziale si passa così alla vita quotidiana, che non manca di riservare sorprese al povero ospite: sarà veramente solo il buon cuore ad aver spinto la famiglia Selciano ad accogliere il padre in casa propria?
Nel rileggere il testo di Eduardo, Andrée Ruth Shammah accentua i lati comici della vicenda e mette in moto un meccanismo di fatti e personaggi di aspra buffoneria, fino a giungere ad un esplosivo divertimento.
In primo piano la figura di Ludovico Ribera – un superbo Geppy Gleijeses – che, con la coerenza del suo comportamento, smaschera il “buonismo” ipocrita di cui i Selciano sono emblema.
L’allestimento, nelle intenzioni della regista, supera inoltre un certo “eduardismo” per interpretare l’autore napoletano come un vero e proprio classico novecentesco.
Scrive infatti la Shammah fra le sue note di messinscena: “Lo stesso Eduardo accredita la storia dei dissapori con Peppino che recitava malvolentieri questo testo. In realtà si capisce che la ragione sta nella sua grandezza: era un testo molto in anticipo sui tempi per la lucidità del giudizio su una certa società e per la cattiveria/violenza che contiene. E’ quasi un’autobiografia delle amarezze: come poteva avere successo il tormento che c’è dentro? [...] Scopri che ha dentro Feydeau – quello non delle macchiette ma dei capolavori che bollano un’epoca dileggiandola –, ha dentro Molière, nel personaggio paradossale che s’infila in una famiglia e la scardina, come Tartufo con Orgon. Lui non è migliore di loro però viene per fare la morale. Le assurdità di certi dialoghi apparentemente quotidiani sembrano prese dalla Cantatrice calva di Jonesco. E quando poi arrivi a certe scene corali, tenute dentro un’atmosfera sospesa, sembra di essere davanti a Pinter. Insomma, c’è dentro il grande teatro, tutta la problematica dell’uomo moderno”.

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