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Cultura > Film > 15 Febbraio 2007

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Immagini del futuro: all’Ariston c’è “Play Time” di Jacques Tati

il regista Jacques Tati

Trieste (TS) - Ultimo appuntamento per la rassegna cinematografica itinerante dedicata a scienza e fantascienza “Immagini del futuro”, che anticipa le giornate clou del Salone InnovAction 2007 (dal 15 al 18 febbraio presso la Fiera di Udine), iniziativa promossa dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia in collaborazione con l’Università di Udine e di Udine Fiere.
La pellicola proposta per questa settimana dal festival Scienceplusfiction di Trieste in collaborazione con il CEC di Udine, è “Play Time” (Francia, 1967), ultimo capolavoro del maestro Jacques Tati, definito come “un apologo contro i rischi della disumanizzazione del mondo moderno e la conseguente perdita dell'identità: la cibernetica come stile di vita che, tra suoni rumori cacofonie e linguaggi incompatibilmente diversi, tende alla pazzia”. Il film sarà proiettato venerdì 16 febbraio alle ore 20.30 al Cinema Ariston di Trieste, in edizione originale con sottotitoli italiani. L’ingresso è gratuito.
“Play Time” è il più ambizioso e costoso film di Tati, girato a quasi dieci anni di distanza rispetto all’ultimo lavoro. Per realizzarlo il regista fece costruire una vera e propria città nella città, “Tativille”, che aveva in mente di trasformare in una città del cinema nel cuore di Parigi. Questo non si verificò mai: il pubblico dimostrò scarsa capacità d’osservazione e scarsa costanza, decretando l’insuccesso clamoroso del film, che costò a Tati quindici anni, gli ultimi della sua vita, di tribolazioni. In realtà si tratta di un vero capolavoro, dove il regista spinge alle estreme conseguenze la sua abilità nel racchiudere in una sola inquadratura numerose informazioni, articolate tra loro con raro talento, nonché la sua fine capacità d’osservazione, fonte inesauribile di comicità surreale ed intelligente. Se Mio zio era un film dominato dai bottoni, Play Time è un film dominato dalle finestre, che si aprono, si chiudono, s’infrangono, nella loro trasparente e vuota perfezione e che, soprattutto, riflettono, persone, situazioni e immagini della Parigi classica, la città dei monumenti che tutti conosciamo e che il gruppo di sperduti turisti cerca affannosamente di raggiungere, chiuso nell’angusto cuore della modernità. La coerenza delle scenografie, popolate di palazzi squadrati e trasparenti, di file identiche di lampioni dalle forme sinuose, si sposa con la precisione delle coreografie, dove gruppi di persone si muovono in perfetta sintonia, dove gesti e rumori sono sincronizzati secondo una strategia comica precisissima, dove le porte e le finestre si aprono e si chiudono secondo tempi stabiliti e alternati. Una vera e propria Opera visiva, nell’accezione musicale del termine, sugli effetti di dispersione e smarrimento provocati dai processi di standardizzazione del mondo moderno. Il microcosmo che Hulot aveva costruito nei film precedenti si estende qui alla dimensione generale della città. Divertentissima e intelligente opera di commiato di uno dei più geniali cineasti francesi di tutti i tempi. Diceva Tati: " Confusione è la parola della nostra epoca. Si va troppo in fretta. Ci dicono tutto quello che dobbiamo fare. Organizzano le nostre vacanze. La gente è triste. Nessuno fischietta più per strada (...) sarà sciocco, ma mi piacciono le persone che fischiettano per strada ed io stesso lo faccio. Credo che il giorno in cui non potrò più fischiettare per strada sarà una cosa gravissima".
Per ulteriori informazioni sull’evento rivolgersi a: La Cappella Underground/Scienceplusfiction, via Economo n. 12/9 a Trieste (tel. 040-3220551; www.scienceplusfiction.org), oppure a Udine presso il Centro Espressioni Cinematografiche in via Villalta, 24 (tel. 0432-299545; www.cecudine.org).

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