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Cultura > Teatro > 08 Febbraio 2007

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Niente, più niente al mondo

Carla Manzon

Pordenone (PN) - Venerdì 9 e sabato 10 febbraio alle 20.45, al Teatro Comunale “Giuseppe Verdi”, va in scena “Niente, più niente al mondo” di Massimo Parlotto, con Carla Manzon. Lo spettacolo, diretto da Francesco Migliaccio, è il racconto mozzafiato di una donna – affidata al talento dell’attrice pordenonese Carla Manzon - una vittima dei modelli consumistici che ossessionano la nostra civiltà. La sua voce si alza nella periferia dell’attuale Torino post-operaia per raccontarne la condizione di semi povertà, l’umiliazione di non poter essere come le belle donne che si vedono in tv, la frustrazione di avere una figlia adolescente che non aspira ad essere velina, ma vive una “normale adolescenza”, conoscendo le prime esperienze.
Una storia violenta, che colpisce, soprattutto perché mette in luce gli aspetti quotidiani, più semplici e allo stesso tempo più drammatici dell’esistenza di alcune persone. I riferimenti freddi, dettagliati e lancinanti della realtà mediatica mostrano come questa possa influire negativamente e drasticamente sulla psiche e la vita della gente: citazioni specifiche a personaggi più o meno famosi, la Lambertucci, la De Filippi, Costantino, Albano e Romina, l’avvocato Taormina, filtrate tutte attraverso il delirio di questa donna.
«"Niente più niente al mondo” è un grande testo - spiega il regista Francesco Migliaccio - non un fatto di cronaca, ma un episodio immerso totalmente nella realtà. E’ la storia delle storie, è simile e differente allo stesso tempo a storie vere, a fatti che ci colpiscono quasi quotidianamente lasciandoci senza parole, ma anche senza reazione, come se non ci riguardassero. Questo monologo di Massimo Carlotto, è soprattutto una tragedia, ma la protagonista di Carlotto, a differenza di quella di Euripide, non ha nome. E’ solo, forse, un’identità sociale, un riferimento ad una casta, alla quale crediamo di non appartenere…E invece se la mancanza di qualità dell’esistenza un tempo avrebbe causato sentimenti di rivolta, oggi lo spettatore medio lo oblia identificandosi in modelli televisivi all’apparenza a portata di mano».
Il regista ha voluto che le musiche fossero dei Miura, l’ala più rock dei vecchi Timoria. Graffianti e dolenti, le note della band sospingono l’atmosfera allucinata di questa storia di ordinaria follia.

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