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Notizie > Incontri > 03 Aprile 2011

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Archeologia: una risorsa per l’Istria

di Paolo Radivo

Pola

Muggia (TS) - Si è svolta sabato 26 marzo a Muggia nella sala convegni del centro culturale “Gastone Millo” la giornata internazionale di studio “Archeologia e urbanistica nelle città dell’Istria costiera”, promossa dalla Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) con il patrocinio del Comune. I vari relatori provenienti da Italia, Slovenia e Croazia hanno parlato non solo la stessa lingua veicolare, l’italiano, ma anche la stessa lingua metodologica, quella del rigore scientifico, nell’affrontare la storia antica e medievale dell’Istria, che troppo spesso si è prestata a distorsioni riconducibili a faziosità etnico-ideologiche. L’incontro muggesano ha dimostrato che un’altra strada non solo è possibile, ma è già percorsa con ottimi risultati, malgrado le pubbliche autorità centellinino sempre più le risorse per le indagini archeologiche.

Paola Ventura, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, Franca Maselli Scotti, della stessa Soprintendenza e della SIASP, l’architetto libero professionista Fabiana Pieri e Chiara Boscarol, dell’Università di Trieste, hanno parlato dell’importante castelliere di Elleri, l’unico dell’Istria che abbia avuto una continuità insediativa dal 1600 a.C. (o forse da uno o due secoli prima) al 500 d.C.. Situato sul colle più elevato del comune di Muggia a ridosso del confine sloveno, ha conosciuto diverse campagne di scavo, non ancora completate per la solita carenza di fondi. I principali reperti rinvenuti nel castelliere e nella vicina necropoli a incinerazione dell’età del ferro sono oggi in mostra al Museo Civico Archeologico di Muggia. Alcuni anni fa è stato realizzato un percorso turistico-didattico, che ora si intende potenziare con il miglioramento delle vie d’accesso, l’ampliamento dell’area di scavo, il restauro conservativo dei manufatti e l’abbellimento dell’area verde circostante. L’obiettivo è fare di Elleri un parco storico-naturalistico, collegato in un circuito territoriale con il vicino sito archeologico di Muggia Vecchia e con lo stesso Museo Civico Archeologico.

Grazia Bravar, della SIASP, ha illustrato studi, ricerche e azioni di tutela dei beni storico-artistico-archeologici compiuti dalla stessa SIASP in Istria fin dalla sua fondazione nel 1884 e divulgati tramite i suoi Atti e Memorie. Frutto dell’intenso lavoro volontaristico della società furono i lapidari locali e il Museo Provinciale Istriano, creato a Parenzo ma trasferito nel 1925 a Pola, dove venne fuso con il locale Museo Civico dando vita al Regio Museo dell’Istria.
Franca Maselli Scotti, l’archeologo libero professionista Massimo Braini e Paola Ventura hanno quindi illustrato le novità sulla Tergeste romana emerse dagli scavi dell’ultimo decennio: in particolare, il tracciato dell’arteria costiera realizzata nel primo quarto del I secolo d.C. e lo sviluppo edilizio iniziato in età augustea e conclusosi agli inizi del III secolo.

Giuseppe Cuscito, presidente della SIASP, e l’archeologo libero professionista Piero Riavez hanno trattato del passaggio dal Castrum Muglae, il borgo collinare di Muggia Vecchia che trasse origine da un precedente castelliere e rimase abitato fino al XV secolo, al Burgus Lauri, l’attuale Muggia, sviluppatasi nel basso medioevo in relazione al porto e alle saline e poi subentrata anche come centro politico e religioso. La graziosa località istro-veneta conserva tuttora notevoli testimonianze architettoniche di quel periodo, che però andrebbero maggiormente indagate.

Mitja Gustin, del Museo Regionale di Capodistria, ha evidenziato come la pianta urbana di Iustinopolis - Caput Histriae sia rimasta sostanzialmente invariata dall’età tardo-romana. Gli scavi del 1986-87 su una superficie di 1.000 metri quadri hanno portato alla luce strutture tardo-antiche e medievali, evidenziando dai reperti l’esistenza di officine di ceramica, bottoni e vetro. Scavi successivi hanno interessato l’ex porto di Sant’Andrea, palazzo Baseggio e le ex prigioni, facendo emergere anche i resti di sepolture. Cortili e orti della città sono da considerarsi ricettacoli sicuri di materiale dei secoli passati: qualsiasi indagine darebbe buon esito.

Darko Likar, dell’Università di Lubiana, ha illustrato le ultime scoperte relative alle mura urbiche di Capodistria. Si era pensato che fossero state interamente demolite nel XIX secolo, ma quattro recenti rilievi topografici hanno dimostrato che vi sono ancora dei tratti superstiti di stile romanico e gotico. Complessivamente le mura misuravano ben 2.525 metri, mentre quelle di Ragusa, perfettamente conservate, non superano i 1.940.

Daniela Tomsic, dell’Istituto per la Tutela dei Beni Culturali della Slovenia, si è soffermata sulle mura di Isola, delle quali pareva essersi persa ogni traccia dopo gli atterramenti ottocenteschi. Recenti indagini hanno permesso di decifrare il tracciato di due diverse cinte: una più ristretta risalente agli inizi del ’200 e una più ampia successiva alla dedizione a Venezia (1280). Quest’ultima è raffigurata nella pala di San Mauro martire presente nella chiesa parrocchiale.

Kristina Dzin, dell’Istituto per le Scienze Sociali “Ivo Pilar” di Zagabria e del Centro Internazionale di Ricerche per l’Archeologia Brioni-Medolino, ha trattato di Parenzo come di un classico esempio di città romana ortogonale, molto simile a Zara. La colonia Iulia Parentium aveva tre decumani e quattro cardini, i quali sboccavano tutti al mare tramite delle porte nelle mura. Il foro, nell’attuale piazza Marafor, era un rettangolo dalle misure quasi identiche a quelle di Nesazio, posto a ridosso del mare e delle mura secondo un modello ellenistico. Come a Pola, era un luogo non solo di culto, ma anche di commercio e di vita socio-politica. Come a Pola e a Nesazio, poi, vi fu eretto in età repubblicana un tempio capitolino, cui vennero aggiunti in età augustea due templi laterali simili tra loro, uno dei quali certamente dedicato a Nettuno, patrono della città. Gli scavi condotti fra il 1992 e il 1995 hanno fatto emergere nella zona sud del porto tracce di mura tardo-antiche edificate con pietre di reimpiego tratte da edifici classici. L’auspicio della prof.ssa DĹľin è che a Parenzo gli scavi possano riprendere, in modo da fornire un quadro più completo della città romana.

Vesna Girardi Jurkic, già ministro dell’Educazione, Cultura e Sport della Repubblica di Croazia dal 1992 al 1994, già a capo del Museo Archeologico dell’Istria di Pola e ora docente all’Università di Zagabria e alla guida del Centro Internazionale di Ricerche per l’Archeologia Brioni-Medolino, ha evidenziato la peculiarità geografica e urbanistica della Pola romana. Posta su sette colli a dominio di un golfo ben protetto dai venti e in prossimità di una ricca sorgente d’acqua, la città ha una storia almeno trimillenaria. Una prima fase, dal 1100 al 500 a.C., corrisponde allo sviluppo del castelliere realizzato in cima al colle dell’attuale castello e di cui si è persa traccia. Una seconda fase riguarda l’ampliamento dell’areale urbano tra il II e il I secolo a.C.. Una terza è successiva alla battaglia di Azio del 31 a.C.: saccheggiata e rasa al suolo per essersi schierata con Bruto e Cassio, la colonia di Iulia Pola venne concepita da Ottaviano secondo uno stile ellenistico. Sorsero edifici lussuosi pubblici e privati, come pure ville urbane con mosaici. Era cospicua la presenza di abitanti originari della Grecia, dell’Anatolia e della Siria. Sull’acropoli fu eretto un edificio di culto, del quale però nulla sappiamo. Durante i recenti scavi in piazza Foro sono state scoperte le fondamenta di un tempio di Diana risalente al III secolo a.C. con mura a secco e ceramica ellenistica demolito in età augusteo-claudia. Il foro si affacciava sul mare secondo un modello asiatico e conobbe tre diverse lastricature in epoche successive. Il decumano, con edifici a più piani, non corrispondeva esattamente all’attuale via Sergia, che ne ha ereditato la funzione. Significativa era la presenza di ben due teatri, uno dentro e uno fuori le mura. Davanti all’anfiteatro, al posto dei giardini Valeria, sorgeva un grande edificio. Il ninfeo, collegato alla vicina sorgente d’acqua, era una piscina circolare con quattro file di gradini in pietra calcarea. Il primo acquedotto, realizzato da un privato, risale ai tempi di Augusto. Le cloache romane furono costruite così bene che sono in funzione ancor oggi. Resta ancora da individuare dove si trovasse il tempio di Ercole. L’impianto urbanistico romano resistette fino al primo medioevo.

Klara Bursis Matijasic, dell’Università di Pola, ha tratteggiato lo sviluppo di Fianona (in croato Plomin). L’antico castelliere, posto a metà strada tra Pola e Tarsatica, fu importante ai tempi dei liburni in quanto dalle pendici più meridionali dei monti Caldiera dominava il sottostante fiordo e il canale di Faresina (Sinus Flanaticus), che divide l’Istria da Cherso. All’imbocco del fiordo, ben protetto dai venti, i romani costruirono il Portus Flanaticus (Porto Fianona, Luka Plomin), che assunse notevole importanza per lo sviluppo dei traffici commerciali marittimi. Flanona non si estese invece al di là del muro di cinta dell’antico castelliere, che si conservò sia in età romana sia dopo ed è tuttora il limite esterno del borgo. Nell’area sono stati rinvenuti reperti archeologici, ma non sono state condotte campagne di scavo.

Claudio Zaccaria, direttore del Dipartimento di Storia e Culture dall’Antichità al Mondo Contemporaneo presso l’Università di Trieste, ha rilevato come gli scavi effettuati in Cittavecchia abbiano consentito di chiarire meglio la realtà della Tergeste romana, tanto che ormai bisognerebbe riscriverne la storia. Come a Zara, c’era presso il porto un ingresso monumentale all’emporio, da dove partiva un clivo d’accesso al colle capitolino, l’attuale via dei Capitelli. Sul Campidoglio aveva invece sede il foro, come a Puteoli (Pozzuoli).

Kristina Dzin ha reso noto che il nucleo di Cittanova non ha fornito tanti reperti romani quanti il suburbio. A Carpignano nel 1992-93 furono trovate sotto la spiaggia resti di muri e mosaici poi andati distrutti. Nel 1998-99 scavi nella vicina baia di Santa Lucia e Sant’Antonio, dove aveva sede un porto romano, hanno fatto emergere grosse strutture del I-II secolo d.C. e bellissime ceramiche provenienti dalla Grecia e dall’Asia minore. Ma la costruzione del marina ha eliminato nella zona subacquea ogni traccia di quel passato. L’unico posto dove indagare ancora sarebbe il mandracchio, dove già furono rinvenute numerose anfore. Un altro porto romano si trovava a sud alla foce del Quieto. L’archeologa ha lamentato che il nuovo lapidario di Cittanova sia adibito a mostre d’arte moderna invece che al suo ruolo istituzionale.

Lo storico medievista Franco Colombo ha esposto la sua teoria delle “città gemellari”, che sarebbero diventate la regola in Istria dopo l’invasione longobarda del 568. Ai castelli d’altura con funzioni difensive si sarebbero affiancati a brevissima distanza i borghi portuali, che ebbero un notevole impulso demografico dopo il 1000.
Un tema cruciale trattato alla fine del convegno è stato quello della riduzione e dilazione dei finanziamenti pubblici alle ricerche archeologiche e, più in generale, alle attività culturali: un fenomeno che non interessa solo l’Italia, ma anche Croazia, Ungheria, Serbia o Romania. La sfida del futuro sarà riuscire a trovare dei mecenati capaci di comprendere il valore della cultura quale volano di sviluppo economico. Anche per l’Istria l’archeologia potrebbe diventare una redditizia forma di investimento, solo che se ne capisse il grande significato e tutte le possibili ricadute occupazionali.

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