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Notizie > Scienza e Salute > 21 Dicembre 2006

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Ciechi ad una svolta - Quando l'automazione incalza

di Gianluigi Ugo

Trieste (TS) - Negli anni in cui il lavoro dipendente offriva tutte le garanzie per aspirare al posto sicuro, collocamento e previdenza sono stati in Italia al centro delle battaglie dei ciechi, che hanno consentito loro di ottenere nei decenni passati importanti conquiste sul terreno del collocamento prioritario nelle mansioni allora ritenute ad essi più indicate (telefonisti, massaggiatori, insegnanti, ecc.), nonché su quello previdenziale e pensionistico.

Attualmente la maggioranza dei nonvedenti impiegati in Italia è costituita dai centralinisti; ma se da un lato quello del centralinista è l'impiego più facilmente ed immediatamente ottenibile, è altrettanto vero che spesso si tratta di una mansione poco gratificante, a volte anche sul piano umano e relazionale con l'ambiente di lavoro.

Del centralinista cieco, per esempio, si nota spesso ciò che stupisce anziché ciò che vale realmente. Egli è bravo (aggettivo usato a sproposito), conosce a memoria tutti i numeri, è gentile, purché a ciò corrisponda un’estrema docilità verso i colleghi. Ma se un po' più di carattere ed un livello culturale più alto gli consentono di uscire dalla sfera in cui l’immaginario collettivo dei “colletti bianchi” vorrebbe collocarlo, allora è tabù. Già, perché un cieco sembrerebbe non avere motivo di aspirare a sfere che trascendono il logistico. A un cieco si parla solo di scalini, di ostacoli in arrivo ecc. ecc.. Ad un incontro conviviale organizzato dall'ufficio, al centralinista si offre la sedia (perché un cieco deve per forza stare seduto anche quando gli altri fanno due passi), e se quello chiede che cos’ha detto il telegiornale di mezz’ora prima, il (o la) collega di fianco o di rimpetto gli risponderà premurosamente dicendogli dov’è il bicchiere, dove sono le posate, ecc., e seguiterà poi a parlare con gli altri colleghi in attesa di rivolgersi al (prima di tutto) cieco non appena arriveranno, per esempio, le portate.

Del resto non sarebbe una novità se essere notati a parlare con quello suscitasse il giudizio poco positivo di chi conta e vedrebbe in ciò uno scadimento di profilo da parte dell’audace collega che ha deciso di darsi a simile frequentazione, almeno che non si tratti di uno “sfortunato” come lui, anche se vedente, nel qual caso, tanto meglio: in caso di bisogno il fardello sarà tutto suo.
E dire che vi sono centralinisti ciechi che lavorando si sono pagati gli studi universitari e si sono dignitosamente laureati, senza per questo ottenere, salvo rari casi, un minimo di gratificazione almeno morale da parte dei datori di lavoro ed hanno dovuto attendere, spesso invano, l'opportunità di un concorso, o simile, che permettesse loro di sperare in una riqualificazione.

La progressiva automazione della telefonia pone ora anche per gli operatori ciechi seri quesiti sull'individuazione di nuove opportunità di impiego. Lo scetticismo dei datori di lavoro è spesso l'ostacolo primario, legittimato da obiettive perplessità sulla tenuta di una persona non-vedente a ritmi di lavoro ove l'aiuto della vista risulta risolutivo, come in certe mansioni d'ufficio, scandite da tempi precisi, cui chi non vede, non certo per incapacità, potrebbe far fronte a stento o con un elevato dispendio di energie.
Ma sono proprio gli sviluppi della telefonia e la sua progressiva informatizzazione a suggerire nuove soluzioni occupazionali almeno per i centralinisti più capaci. Un esempio per tutti è l'ipotesi di corsi per operatori telefonici ciechi che intendono riqualificarsi in veste di assistenti tecnico-informatici a centrali telefoniche: un lavoro che sempre più si identifica in quello di programmatori informatici, da tempo svolto anche da non-vedenti e oggetto di speciali corsi tenuti da più di un ventennio presso l'Istituto "Francesco Cavazza" di Bologna. Si tratta, nello specifico, di suscitare l'interesse dei datori di lavoro, unito a quello delle case produttrici di centrali e centralini, per l'iniziativa che vedrebbe premiate le capacità dei diretti interessati riqualificandoli professionalmente, senza per altro escludere l'opportunità di porre detto lavoro nell'ambito di un'iniziativa imprenditoriale autonoma.
Manca infatti l'attenzione verso un'educazione progressiva dei disabili visivi al lavoro autonomo.

Vi sono corsi per nonvedenti, finanziati anche con fondi europei,i quali fornirebbero potenzialmente le basi per un interessante sviluppo in tal senso nell'ambito dei servizi, alternando momenti di preparazione teorica ad altrettanti di sperimentazione pratica nel settore delle telecomunicazioni, della gestione aziendale e dell'indagine di mercato.
Tuttavia, poco pubblicizzati o, per precise direttive europee, riservati a nonvedenti rimasti disoccupati o in attesa di primo impiego (fortunatamente ancor oggi un'esigua minoranza), essi finiscono per naufragare puntualmente per insufficienza di iscritti, mentre non si tiene per lo più conto di quante altre persone hanno dovuto adattarsi, perché cieche, ad un lavoro al di sotto delle loro reali capacità ed aspirazioni, in attesa di un'opportunità di riqualificarsi professionalmente, non escludendosi per esse l'eventualità di un'attività in proprio, che l'utilizzo ormai diffuso di sistemi informatici muniti di trasduttore braille (tattile) o vocale dei dati a video rende possibile anche ad un cieco, organizzarsi il lavoro come crede, non più dipendente, bensì in grado di divenire persino egli stesso datore di lavoro, con quanto ne consegue in termini di immagine e di rapporti sociali.

Altro problema e quello del lavoro in caso di trasferimento per studio. La partecipazione di giovani privi di vista a scambi universitari internazionali od analoghe iniziative diviene spesso cosa ardua, per l'incombere dei costi di sostentamento, cui chi vede può invece facilmente far fronte mediante un lavoro temporaneo in loco. La questione venne posta a suo tempo ai responsabili delle organizzazioni dei ciechi a livello internazionale, per conoscere eventuali proposte di soluzione mediante la cernita di possibili occupazioni e loro adattamento alla situazione specifica di chi non vede.

La risposta fu puntualmente evasiva, segno della poca attenzione riservata al problema, nonché del fatto che chi assurge a cariche di rappresentanza dei ciechi a quei livelli, spesso è chi, grazie anche a cospicui mezzi economici, non ha o non ha avuto i problemi poc'anzi menzionati ed ha perciò la tendenza a ragionare da addetto ai lavori, lontano dalla massa dei ciechi e dai loro quotidiani problemi.

Progetti altisonanti, convegni e quant'altro spesso sono oggetto di un turismo di alto bordo da autentico "jet set" in occhiali scuri, mentre ai ciechi "che non possono" non resta che sognare. E quando il sogno diviene frustrazione, ai più capaci non rimane che la scalata a qualche importante carica associativa che, in caso di successo, li sottragga ad un'ingombrante ed uniforme quotidianità.

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