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Cultura > Teatro > 22 Novembre 2006

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Kowalsky non morde, graffia appena

di Claudio Bisiani

Paolo Rossi

Monfalcone (GO) - E’ un Paolo Rossi meno irriverente, osiamo perfino azzardare più moderato e borghese, a portare in scena - quasi 20 anni dopo - il secondo tempo di Chiamatemi Kowalsky, con l’esplicita aggiunta nel titolo di Evolution in sostituzione della primogenita dicitura “Il ritorno”. Forse una voluta provocazione linguistica come a sottolineare il diritto anche per il teatro (rivincita o sconfitta?) di usare termini anglofoni e di presentare al pubblico saghe a volte infinite di uno stesso film o programma. Sta di fatto che lo spettacolo d’apertura della stagione di prosa del rinnovato Teatro Comunale di Monfalcone, stracolmo di pubblico, se da un lato ha confermato le qualità dialettiche e la presenza scenica del popolare cabarettista, dall’altro ha lasciato abbastanza perplessi e delusi.
Il problema, francamente, è che da tempo siamo un po’ stufi di una certa comicità bipartisan, di questa par condicio anche nella satira. Sull’onda di “Striscia la notizia” per capirci: una battuta sul Cavaliere mascherato Berlusconi, immancabile tiro al bersaglio del popolo di sinistra, una sul professor mortadella-Prodi, una sull’ineffabile leghista Calderoli, una pure sul diafano Fassino, così finiamo in parità: due a due e non diamo fastidio a nessuno. Tutti sanno benissimo su quale sentiero politico ha camminato e cammina Paolo Rossi. E allora perché non avere il coraggio delle proprie idee e non dire, sempre con l’eleganza ed il pungente sarcasmo che lo aveva contraddistinto, come la si pensa? Castigat ridendo mores: era questo il motto classico del comico di un tempo, quello che gli garantiva una sorta di zona franca dove tutto era lecito e non ci si fermava davanti a nulla e a nessuno. Tanto meno di fronte alle indigeste sollecitazioni della quotidianità politica.
Per il resto, il quasi monologo di Paolo Rossi-Kowalski, affiancato sulla scena da un quartetto di ottimi musicisti, è simile ad una cassapanca stracolma di oggetti, storie e ricordi, dove si trova un po’ di tutto. Evolution mescola testi nuovi e vecchi recuperati non solo da Chiamatemi Kowalsky, ma anche da altri precedenti spettacoli in cui ha preso corpo questo stravagante e velenoso dissacratore del modo di vivere contemporaneo. Paolo Rossi, cantastorie e indubbio maestro nell’improvvisazione - alternando cabaret classico, intermezzi di musica e poesia – cerca di far deflagrare quell’ordigno ad orologeria da lui stesso definito “delirio organizzato”, coinvolgendo e dialogando con il pubblico in sala. Ma il risultato non è più quello di una volta e la sorpresa diventa spesso un battuta scontata. Da quella sulla politica a quella sul consumismo sfrenato, fino al mercato mediatico televisivo fatto di marionette umane e veline, in un canovaccio che si sviluppa seguendo l’autobiografia.
Paolo Rossi parla anche di Dio, della morte e della malattia, esorcizzando nel gioco comico e terapeutico della parola, del velocissimo monologare fino quasi al grammelot, anche gli aspetti più intimi della sua vita. “Il recital è una questione molto personale”, afferma Rossi. Un insieme di capriole all’indietro e corse in avanti. Un continuo fermarsi, tornare e ripartire. Il tentativo è quello di raccontare storie e sogni al contrario, andando controcorrente, forse come nel celebre romanzo di Huysmans per esorcizzare la ridicola mediocrità del mondo d’oggi, in una forma di forzata auto-esclusione. Un percorso anche interessante e che a tratti offre spunti di riflessione e divertimento, ma che alla fine dà l’amara sensazione di abbaiare senza mordere.

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