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Cultura > Film > 15 Maggio 2010

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Per “I lunedì dello Schmidl” si proietta il film "La stanza della musica" di Satyajit Ray

Satyajit Ray

Trieste (TS) - Decimo appuntamento con l’edizione Primavera 2010 dei “Lunedì dello Schmidl”, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste e realizzata, a cura del conservatore dello “Schmidl” Stefano Bianchi, dalla Direzione Area Cultura/Civici Musei di Storia ed Arte con la collaborazione della Scuola di Musica 55–Casa della Musica di Trieste.

Lunedì 17 maggio, alle ore 17, presso la Sala “Bobi Bazlen” al piano terra di Palazzo Gopcevic (Via Rossini 4), in collaborazione con l’associazione Performing India, avrà luogo la proiezione del film "Jalsaghar / La stanza della musica", del regista bengalese Satyajit Ray (1921-1992), in versione sottotitolata in italiano.

"La stanza della musica", titolo italiano di "Jalsaghar", è uno dei film più famosi del regista bengalese Satyajit Ray, girato nel 1958. Il film – spiega Giovanna Milanesi, presidente dell’Associazione Perfoming India – è ambientato nel Bengala degli anni Trenta, periodo storico particolare che vede il tramonto definitivo della vecchia classe nobiliare di proprietari terrieri e l’emergere della nuova classe sociale di banchieri e commercianti.

La Storia che nel suo scorrere segna la fine di un vecchio mondo è rappresentata nel film dall’acqua del fiume che piena dopo piena trascina via la terra sempre più vicina al vecchio e un tempo splendente palazzo di Biswambar Roy, il nobile proprietario interpretato magistralmente dall’attore Chhabi Biswas. Invano egli tenterà di lottare per opporsi all’intrusione del nuovo mondo, rappresentato dai nuovi suoni importuni che vengono dalla casa del vicino banchiere Ganguli: suoni di auto, di motori, anche di musica inopportuna e stridente che mal si accompagna ai suoni raffinati della musica classica che Biswambar ama.

Proprio per amore di quest’arte egli ama invitare i più famosi musicisti ad esibirsi per gli ospiti nella ‘stanza della musica’, vera perla del suo palazzo e simbolo di una classe sociale che amava lo splendore della cultura e dell’arte: nella stanza della musica egli ama guardare i ritratti dei suoi avi, in quella stanza c’è anche il grande specchio, simbolo del riconoscersi di una classe sociale.

Ma le luci splendenti del palazzo, eroso dalle piene del fiume e dal nuovo assetto sociale in cui la nobiltà non ha più un ruolo, sono destinate a spegnersi dopo l’ultima festa musicale, festa in cui Bishwambar ha impegnato le sue ultime scarse risorse finanziarie. Cosa può riservare l’avvenire, o, meglio, quale può essere il passaggio, la comunicazione tra la vecchia nobiltà detentrice della cultura e il nuovo assetto in cui nessuno ancora si riconosce perché non ne possiede né il linguaggio né i simboli (il banchiere Ganguli che chiede l’elefante si lamenta di non essere abbastanza riverito dai concittadini sopra la sua auto)?

Nell’antico periodo vedico in India il potere del re sulla terra era suggellato con il rito dell’Ashvamedha: un cavallo sacro, prima di essere sacrificato, correva libero per un anno; le nuove terre che i suoi zoccoli toccavano dovevano essere di proprietà del re. La simbologia del sacrificio è proprio quella che accompagna l’ultima corsa a cavallo di Bishwambar, che termina con la sua morte e con il simbolico fluire del suo sangue a irrorare la terra: la fine della sua classe sociale trasfonderà nella nuova India tutto il suo patrimonio di arte e di cultura, perché un nuovo paese possa emergere.

Girato con uno stile denso di potenza espressiva che ci ricorda Eisenstein, di cui Ray era un grande estimatore (fu lui a far proiettare il film La corazzata Potemkin a Calcutta), il film esplica bene la sua valenza simbolica nel copioso uso del ‘montaggio re’, l’accostamento cioè di immagini in modo da veicolare un significato ‘supplementare’ (per esempio la visione dell’insetto nel bicchiere o del ragno sul ritratto) e nella valenza drammatica dei primi piani che inquadrano il protagonista dandogli la potenza di un Re Lear che si erge da solo contro il destino.

La musica ha una parte importantissima nel film e segna il filo conduttore della narrazione. La colonna sonora di Vilayat Khan, grande maestro del sitar, è la cornice che racchiude le performances di grandi artisti che vediamo sullo schermo: Begum Akhtar, la prima cantante, Bismillah Khan, suonatore di shehnai, Waheed Khan, il suonatore di surbahar, Salamat Ali Khan, secondo cantante, Roshan Kumari, danzatrice. Nel film abbiamo modo anche di vedere alcuni strumenti usati in quel periodo nella musica indiana e oggi diventati rari: l’esraj e il surbahar.

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