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Notizie > Incontri > 20 Aprile 2009

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Un incontro costruttivo tra istriani esuli e rimasti

di Paolo Radivo

Venezia Giulia 1924-1975

Trieste (TS) - Si è svolto nel pomeriggio di venerdì 17 aprile 2009, nella sede dell’Associazione delle Comunità Istriane in via Belpoggio 29/1 a Trieste, un pubblico confronto tra alcuni esuli e alcuni “rimasti” sulle rispettive esperienze di vita. I “testimoni” erano sette in tutto: quattro esuli o loro discendenti: Giorgio Ledovini, Umberto Bosazzi, Franco Biloslavo e Chiara Vigini; e tre “rimasti” o loro discendenti: Olga Milotti, Kristjan Knez e Rosanna Turcinovich Giuricin.
Introducendo i lavori, l’organizzatrice e moderatrice dell’incontro Carmen Palazzolo Debianchi ha sottolineato come questa fosse la prima iniziativa del genere e come il dialogo fra istriani di qua e di là dal confine sia l’unico modo per andare avanti ricucendo una realtà lacerata dall’esodo.
«Sono venuto via da Sicciole di Pirano – ha raccontato Giorgio Ledovini – il 25 marzo 1955 durante il grande esodo dalla Zona B. Il nostro era un rifiuto della nuova sistemazione statale dittatoriale, che non corrispondeva al nostro retroterra culturale e linguistico. Oltre a ciò vi erano state per anni intimidazioni e minacce. Mio fratello lavorava in una falegnameria nelle saline. Un giorno disse qualcosa di troppo contro il regime e allora dovette scappare. I locali Comitati Popolari di Liberazione ci inviavano a casa delle comunicazioni: prima solo in italiano, poi solo in sloveno, con la motivazione che noi eravamo sloveni. In realtà non capivamo lo sloveno, ma il nostro cognome era di origine slava. Per le autorità titoiste la slovenità o l’italianità non erano determinate dall’individuo, ma stabilite dall’alto. Un giorno ricevemmo una comunicazione del Comitato Popolare di Sicciole scritta a sinistra in sloveno e a destra in italiano. Era datata 12 settembre 1952 e ci informava che, in base a quanto stabilito dalla “Commissione per la ripartizione dei bambini secondo la nazionalità”, mio fratello minore, definito “alunno di nazionalità slovena finora frequentante la scuola elementare italiana”, avrebbe dovuto iscriversi alla seconda elementare della scuola slovena. La motivazione era che ambedue i genitori erano di nazionalità e lingua slovena e che era dovere dei figli imparare la loro madrelingua. Contro tale decisione non era ammesso ricorso. La lettera si chiudeva con il solito slogan “Morte al fascismo! Libertà ai popoli!”. Mai sentii in vita mia l’emarginazione come in quel momento. Mio padre disse: “Io i miei figli a questa gente non glieli do”. Così nel 1955, a 64 anni, decise di venir via per proteggere i suoi tre figli adolescenti».
«Io – ha spiegato Umberto Bosazzi – sono un giornalista di Tele4. Mio padre è originario di Lavarigo, presso Pola. Mio nonno materno, nato a Pola, era venuto a Trieste dopo la Prima Guerra Mondiale per lavorare nei cantieri. Quand’ero piccolo mio padre insisteva nel dirmi: “Ricordati che tu sei triestino e che l’Istria è la terra da cui io sono dovuto andar via”. Lo aveva fatto nel 1945 e da allora ci era tornato poco, solo per qualche funerale, e malvolentieri. Ora capisco cosa l’esodo gli ha tolto: la giovinezza. La sua era una grande famiglia contadina che la Seconda Guerra Mondiale divise tragicamente. Alcuni vennero esuli a Trieste, un altro in Australia per poi stabilirsi in Lombardia. Altri invece rimasero, tra cui anche dei partigiani. Un cugino di mio padre era stato ucciso dai fascisti. Il padrino di battesimo di mio padre aveva invece messo la sorella di mio padre in lista per essere rapata. Quando lei dopo molti anni tornò, venne accolta proprio da lui. Allora gli disse: “Ecco il bacio di Giuda!”. Mio padre non è mai riuscito a tornare alla memoria piacevole dell’infanzia a causa di ciò che successe dopo. La sua è stata una completa rimozione dell’adolescenza. Ora soffre di demenza senile e spesso ci chiede: “Quando vengono a prenderci? È tutto pronto!”. Prepara i vestiti ai piedi del letto come per alzarsi e andar via. Eppure lui è stato una persona divertente, sempre con il sorriso. Ma quando tornava in Istria, appena oltrepassato il confine si irrigidiva e rimaneva rigido finché non tornava indietro. Ora chiama delle persone che né io né mia madre conosciamo e che evidentemente avrebbero dovuto aiutarlo quando decise di scappare via. Ma con me non volle mai parlarne. Non si fidava degli altri. Per lui la vita era iniziata a Trieste nel rione di Roiano nel 1946».
«Suo fratello invece – ha aggiunto Bosazzi – diceva di essere istriano. Io sono “diventato” istriano con il mio lavoro, che mi porta ad occuparmi dell’esodo o degli indennizzi con un atteggiamento più comprensivo dei miei colleghi. Molti soprattutto fra i giovani non lo capiscono, ma per chi ha vissuto quei fatti anche dopo 60 anni è come ieri. Penso comunque che il Giorno del Ricordo sia una pietra tombale su qualsiasi richiesta degli esuli. È come dire: “Ora potete piangere in pubblico; per il resto basta!”».
«Sono nata – ha spiegato Olga Milotti – a San Pancrazio di Montona e dal 1956 ho insegnato nelle scuole italiane a Pola, dove vivo tuttora. Nel 1991, dopo le prime libere elezioni sono diventata presidente della locale Comunità degli Italiani. Prima i dirigenti erano imposti dal partito comunista croato e dovevano essere obbedienti, ossequiosi e disciplinati. In seguito ho ricoperto altri incarichi, ma poi non ne ho più voluti, anche per ragioni di salute. In base al Trattato di pace l’Istria fu annessa alla Jugoslavia senza rispettare il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Le conseguenze furono gravissime, a cominciare dall’esodo, che determinò la scomparsa di parenti, amici, compagni di classe, come fossero stati falciati da un terremoto. Voi esuli non immaginate il vuoto tremendo, surreale, la desolazione, la solitudine che avete lasciato dietro di voi. Chi non ha ingoiato il rospo se n’è andato, chi l’ha ingoiato è rimasto, ma sempre di rospo si è trattato. Gli esuli hanno avuto il coraggio di andare incontro a un’Italia devastata dalla guerra, ma c’è voluto coraggio anche per restare in una Jugoslavia arretrata, sotto la dittatura comunista. Solo noi istriani abbiamo pagato per la guerra perduta. Mentre però gli esuli potevano almeno parlare, urlare il loro dolore in uno Stato democratico che magari non li ascoltava e non risolveva i loro problemi, noi non potevamo nemmeno parlare. Purtroppo il nostro silenzio è stato scambiato per appoggio al regime».
«A me – ha continuato la Milotti – non è bastata una vita per elaborare la tragedia dell’esodo, la fine della libertà, del bilinguismo, lo stravolgimento etnico e toponomastico, il cambiamento forzato di nomi e cognomi, la chiusura delle scuole elementari italiane. Nel 1953, in base ai loro cognomi, molti alunni vennero iscritti forzatamente alle scuole elementari croate. I genitori che rifiutarono pagarono. A Pola tuttavia alcuni dissero di voler aspettare ancora un anno. Poi, passata la bufera, continuarono a iscrivere i loro figli alla scuola elementare italiana. Eravamo senza libri, giornali e riviste italiane. A chi aveva un libro chiedevamo: “Me lo passi?”. Ma spesso la risposta era: “Non posso, perché c’è già la fila di persone in attesa di leggerlo”. E poi le espropriazioni di case ed esercizi commerciali, gli ammassi obbligatori dei raccolti, l’adesione forzata alle cooperative agricole, le votazioni “democratiche” con un unico candidato. Così anche molti di coloro che avevano aderito al movimento partigiano decisero di andarsene. Non mi conforta sapere che in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono stati 16 milioni di profughi, di “naufraghi della pace”. Fino al 1991 i vertici dei Circoli Italiani di Cultura e poi delle Comunità degli Italiani erano imposti ed eventualmente sostituiti dal partito. Non c’era nessun collegamento con l’Italia fino a che la presidenza dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume non fu presa da Antonio Borme, che allacciò contatti molto fruttuosi con l’Università Popolare di Trieste».
«Sull’esodo – ha affermato la Milotti – si è scritto tanto, ma non nei libri scolastici di storia. Quelli croati sono oltre modo tendenziosi. In un libro del 1986 per la settima classe elementare, corrispondente alla seconda media, c’era una lunga serie di falsificazioni storiche. Si diceva fra l’altro che l’Istria era quasi esclusivamente croata, slovena e serba, e che gli italiani erano arrivati in date recenti. L’esodo era completamente omesso. Nel 1993 una rappresentanza di polesi esuli e rimasti inviò una petizione ai Ministri dell’Istruzione croato e italiano perché colmassero questa lacuna, ma non ricevemmo alcuna risposta. A causa della guerra fratricida fra croati e serbi la nostra comunità è stata decimata nei giovani, che sono andati in Italia per sottrarsi alle armi e alla congiuntura economica negativa. Pochissimi di loro sono poi tornati. C’è stata una massiccia immissione di profughi croati dall’interno che ha stravolto l’antropologia e la fisionomia di buona parte dell’Istria. Nell’aprile 1995 a Pola si è tenuto il primo congresso mondiale degli istriani. Nel documento finale si auspicava che fossero i cittadini dell’Istria a decidere dell’Istria, ma era una pia illusione».
«Noi rimasti – ha aggiunto Olga Milotti – abbiamo fatto un grosso sforzo di adattamento, puntando i piedi in difesa della nostra identità, dei nostri usi, costumi e tradizioni, senza con ciò nulla togliere a chi ci vive accanto. Ora però l’indifferenza della maggioranza nella democrazia è una nuova forma di violenza. In queste terre le dittature hanno esasperato i nazionalismi. Noi siamo stati apostrofati come fascisti e irredentisti. Dall’altra parte si è parlato di tutti gli slavi come di barbari infoibatori. Sempre al nazionalismo si deve lo scontro fra Slovenia e Croazia per il golfo di Pirano. Peraltro i giovani non possono sentire questi problemi come li sento io. Dobbiamo lavorare per loro senza nuove diatribe».
Ha subito commentato Carmen Palazzolo Debianchi: «È ora che ci ascoltiamo, che ci conosciamo meglio, che ci scambiamo esperienze».
«Esistono a Trieste – ha detto Carlo Alberto Pizzi, segretario della Comunità di Verteneglio, aderente all’Associazione delle Comunità Istriane – documentazioni scritte mai pubblicate su ciò che avveniva allora in Istria. È gravissimo che ancor oggi vengano oscurate, perché così ci negano la storia della nostra terra, mentre si svolgono convegni che falsificano i fatti».
«Io – ha riferito Rosanna Turcinovich Giuricin – sono nata a Rovigno nel 1957, dunque in un periodo già pacificato. Le brutture le ho vissute solo attraverso le sofferenze dei genitori. Intere località erano svuotate della loro gente e questo per me è stato un trauma che ha segnato la mia vita. Da bambina il sabato e la domenica i miei genitori mi portavano nella città vecchia di Rovigno raccontandomi anche con aneddoti spiritosi chi abitava una volta in quelle case e cosa faceva. A Rovigno c’erano parecchie macchiette da Maldobrie. Conoscevo dunque tante storie, ma non i loro volti. La mia era una famiglia splendida. Mio padre era un uomo del popolo, ma mi diceva spesso che, come italiana, dovevo sentirmi superiore, per cui io mi sentivo orgogliosissima di essere italiana, anche se dovevo difendere la mia italianità. A Rovigno i docenti ci insegnavano che la nostra patria era l’Italia, anche se eravamo cittadini jugoslavi. Come giornalista ho poi dato spazio alla mia curiosità cercando di conoscere la gente dell’esodo in Italia e oltre oceano. La politica mi ha segnato moltissimo. Io ero abituata a chiedermi semplicemente se uno era buono o cattivo. Da noi infatti tutti dovevamo essere iscritti al partito comunista, era una cosa ovvia, ma cercavamo di mantenere i nostri diritti nazionali che ci stavano portando via. Questa lotta mi stancò. Negli anni ’90 non ce la facevo più a sopportare le prepotenze e non volevo far crescere mio figlio in quella realtà».
«Arrivata in Italia, notai con stupore – ha continuato la Turcinovich – che si chiedeva sempre se uno era di destra o di sinistra. Alla RAI mi dissero: “Trovati un politico che ti sponsorizzi e noi ti prendiamo”. Ma avevo rinunciato a farlo nel mio paese… Qui non importava se eri bravo o no. Invece all’estero, e soprattutto in Australia, Stati Uniti e Canada, la nostra gente ha fatto carriera e successo molto più che in Italia e Jugoslavia perché immersa in una società che riconosce il merito. In Istria, se uno è italiano, la sua carriera è inesistente, a meno di diventare croato e più cattolico del Papa. Il gruppo nazionale italiano ha espresso solo giornalisti e insegnanti, non per esempio economisti. Dopo la ventata di democrazia la minoranza, che aveva combattuto per rimanere viva, si è persa, non avendo più un nemico dichiarato».
«Io – ha spiegato il giovane storico di Strugnano (Pirano) Kristjan Knez – sono nato nel 1981 e dunque non mi riconosco nelle categorie di “esule” o “rimasto”. I fatti del secondo dopoguerra non li sento sulla mia pelle, a differenza di mio nonno, del 1916, e di mia nonna, del 1922. Nella mia famiglia non ci sono stati né lutti né disgrazie. Mio nonno ha fatto il soldato e poi è finito in un campo di concentramento in Germania, dal quale è tornato più morto che vivo dovendo ricominciare da zero. La sua era una famiglia agricola e lui si è concentrato sul lavoro. Era uno di quegli autoctoni che hanno chinato il capo, ma che non erano interessati alla politica. I nonni materni sono nati e vissuti a Santa Lucia, dove un tempo c’erano le saline. Quella dei rimasti è una realtà eterogenea, variegata. La mancanza di dialogo fra esuli e rimasti giova tanto alla Croazia quanto alla Slovenia e all’Italia. L’incontro non ci deve essere, e questo è un grande peccato. Quello di oggi è invece un confronto pacato e civile. In Slovenia si tende ancora a tergiversare, a nascondere i fatti. Lì il dibattito sul Giorno del Ricordo è una vergogna. L’esodo viene banalizzato dicendo che dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono state le opzioni: come se si fosse trattato di libere scelte. Nessuno riflette invece sulle pressioni e le intimidazioni. In febbraio sono intervenuto a un convegno a Belluno e poi un giornalista croato mi ha descritto come una persona poco obiettiva che si vede con irredentisti e neofascisti. Sono questi i paladini del motto “Morte al fascismo! Libertà ai popoli!”, anche se di là non c’è più la censura. Vedremo cosa diranno ora della mia partecipazione all’incontro di oggi».
«Qui – ha rilevato Knez – si tende a dire che i rimasti erano tutti opportunisti o collaborazionisti. Certo, ci sono stati, ma lo stesso partito comunista della Jugoslavia si lamentava che solo il 2% degli italiani avevano aderito al regime. Questi però rappresentavano l’intera comunità. Nella minoranza dunque esistevano altre minoranze. Ad esempio mia nonna, che conosceva solo l’italiano, non era iscritta alla Comunità degli Italiani perché diceva di non aver bisogno di iscriversi per essere italiana. Ci sono stati anche gli italiani “invisibili”, soprattutto dove l’italianità era stata messa al bando con la chiusura di scuole e circoli di cultura, la cancellazione del bilinguismo, dei toponimi, degli odonimi, delle insegne. In occasione del Giorno del Ricordo la tv di Stato slovena ha trasmesso un dibattito con studiosi italiani che si sono dimostrati più negazionisti degli storici sloveni. Non sono stati invece invitati quei giovani storici sloveni che studiano seriamente l’esodo istriano, l’espulsione dei tedeschi soprattutto dalla zona di Kocevje, con la distruzione di case, chiese e cimiteri, o la questione dei campi di concentramento titoisti e delle fosse comuni. Su questo vaso di Pandora c’è una levata di scudi, come si è verificata per i recenti fatti di Corgnale. Lo “zoccolo duro rosso” non ha mai digerito, metabolizzato quegli eventi, non li ha mai affrontati in maniera critica, storica, ma pretende di imporre divieti sacrali in modo che i tabù rimangano, che non se ne parli. Così è caduto il confine tra Italia e Slovenia, ma la situazione peggiora: stiamo andando indietro. Proprio il confine fra l’Istria settentrionale e Trieste aveva contribuito all’esodo decapitando quel territorio che prima era un corpo unico in cui Trieste fungeva da capitale economica e culturale. Ma la ricomposizione di questo mosaico ha suscitato i rigurgiti nazionalisti di quei nostalgici che non l’accettano. Non sono bastati poco più di 15 anni di democrazia. Ora fra Slovenia e Croazia è in atto uno scontro per i “sacri confini della Patria”, mentre in Italia nessuno si fa più paladino del fascismo».
«Il nazionalismo – ha detto Carmen Palazzolo Debianchi – fa parte dello sviluppo politico-sociale dei popoli come l’adolescenza della vita delle persone. Allo stesso modo va superato».
«Mio papà – ha raccontato Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, aderente all’Associazione delle Comunità Istriane – somiglia al papà di Umberto Bosazzi: in quarant’anni non è mai tornato a Piemonte. Ma il suo mondo era diverso. Io sono nato nel 1954 a Trieste, e tuttavia è come se fossi nato a Piemonte, perché mi sono ritrovato fin da piccolo in quella comunità, con i parenti e i compaesani. I miei genitori non mi raccontavano la “fiaba dell’esodo”, ma i problemi concreti del trovare casa e lavoro, dei parenti che arrivavano da aiutare. Si può dire che ho vissuto con loro l’esodo, sentendo le storie di tanti. Sapevo così che noi esuli eravamo i “buoni”, ma anche che i rimasti non erano tutti “cattivi”. Mio zio era più ottimista di mio padre e riempiva spesso l’automobile con vestiario e altro materiale per i pochissimi che erano rimasti. Infatti nel 1948 da Piemonte esodarono tutti, salvo quattro famiglie. Rimase sia chi mangiò il “rospo” sia chi lo fece mangiare agli altri. Non parlo solo degli slavi, ma anche di alcuni italiani che poi occuparono le case degli esuli facendo cose poco eleganti. Non è facile parlare fra esuli e rimasti se prima non si risolve il problema tra esuli e tra rimasti. Come posso io travasare a mia figlia, che non è nata fra i paesani, quanto mi è stato trasmesso, spiegarle quanto è successo? A lei non interessa. Questo è il nuovo problema degli anni 2000. Perché non siamo riusciti a tenere uniti il filo che lega le generazioni? Perché si è creato questo corto circuito? Del nostro patrimonio di conoscenze beneficeranno più i discendenti dei rimasti che quelli degli esuli. La nostra stessa storia di esuli andrà persa. Vedo che i giovani non ci sono, che non riusciamo a trascinarli. Tutto se ne va come l’acqua nella sabbia. Eppure qualcuno ha creato questi problemi. O no? Chi è stato il nostro carnefice?».
«Su internet – ha osservato Biloslavo – si trovano cose sconcertanti, in confronto alle quali gli aderenti alla “Civilna iniciativa za Primorsko”, che hanno impedito la celebrazione delle vittime a Corgnale, sono dei dilettanti. Dopo 65 anni in Istria si continua a celebrare il battaglione italiano “Pino Budicin”, che combatté a fianco dei titini, a parlare di “antifascismo”, di “convivenza pacifica e fraterna”. Alle celebrazioni quest’anno è tornato il deputato italiano al Parlamento croato e presidente dell’Unione Italiana Furio Radin, che prima aveva avuto la fortuna di essere espulso. Perché c’è andato? Che figura ha fatto? Così ci facciamo solo prendere in giro! Ma quale “fratellanza italo-slava”!? Quale “convivenza pacifica”!? Oggi Piemonte è un paese morto con le case crollate! Lo si deve forse a quella “fratellanza”, a quella “convivenza”? Dobbiamo spazzare via questi cliché! La comunità degli italiani rimasti deve rinnovarsi veramente. Invece sentiamo che il sindaco di Valle d’Istria Edi Pastrovicchio invita a votare per la Dieta Democratica Istriana, che rappresenta proprio quella ideologia. Il presidente della Regione Istria e della Dieta Democratica Istriana Ivan Jakovcic va dicendo che quanto è successo nel 1945 ha fondato le basi dell’Unione Europea. Ma scherziamo!? E nessuno lo contesta… Chi sono dunque i rimasti? Cosa fanno? Io sono stato un pioniere dei buoni rapporti con alcuni rimasti. Quando però si comincia a parlare con loro degli anni della Seconda Guerra Mondiale c’è da mettersi le mani nei capelli. Eppure l’origine dei nostri problemi sta proprio là!».
«Su internet – ha detto Chiara Vigini – si trova di tutto: ognuno trova quello che vuole trovare. Io sono nata a Trieste e non ho vissuto i fatti dolorosi. Nelle mie “fiabe” non ci sono i “buoni” e i “cattivi”. Mio padre ha mantenuto i contatti con chi era rimasto e io ho avuto più gioia che dolore dai miei genitori che sono venuti via. Quando, a 34 anni, sono andata a lavorare all’Istituto Regionale per la Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata (IRCI), non avevo ancora sentito mio padre raccontare la sua esperienza dell’esodo. Credo abbia superato il trauma lavorando. Ogni generazione ha il suo fardello: se una non se lo prende, se lo prende quella successiva. Bosazzi l’ha fatto, fungendo da intermediario con un ambiente che non capisce. Anch’io mi trovo in una situazione simile: a scuola, quando arriva dal Ministero una circolare su questioni storiche, la passano direttamente a me senza nemmeno guardarla. In genere gli uomini tendono a parlare di meno. Difatti io la storia di mio padre non la conoscevo, mentre conoscevo quella di mia madre, che il 26 ottobre 1954 si trovava in piazza Unità ad attendere l’arrivo delle truppe italiane».
«Io invece – ha raccontato Ledovini – quella notte mi trovavo sulla punta di Pirano a guardare la costiera triestina tutta illuminata».
«Io – ha continuato la Vigini – ho amato tanto mio padre, ma di padri ne ho trovati molti. Ad esempio il signor Vittorio Soraz, che mi ha aiutò nella mia tesi di laurea sulle chiesette rurali dell’antica diocesi di Cittanova. Quello che abbiamo appreso è quello che possiamo dare ai nostri figli. Attendo i nipoti sui banchi di scuola, perché a loro racconterò dell’Istria cose belle, come ad esempio che sul campanile di Umago c’era una targa, poi rimossa, con la scritta “Umago redenta alla Patria”. Mi scoccia vedere sul “Piccolo” tanto spazio dedicato a cose che non avrebbero diritto ad averne. Il Giorno del Ricordo sarebbe una “pietra tombale”? Evviva la “pietra tombale”! Bisognerà pur morire prima o dopo… Prima sui libri di scuola non c’era scritto nulla dell’esodo, poi poco e male. Quest’anno per la prima volta ho trovato dei libri scritti correttamente. Ben venga dunque il Giorno del Ricordo!».
«Il 10 febbraio – ha aggiunto Ledovini – ha aperto gli occhi a tanti italiani. In Emilia persone che non sapevano nulla mi hanno chiesto come mai non gliene avessi parlato. Certo, il modo di commemorarlo dovrebbe essere un po’ diverso. Ma non aspettiamoci nulla dai politici, che operano sollecitati dal pensiero della massa e dicono ciò che fa comodo. Se aspettiamo qualcosa dai politici, la comunità italiana in Istria e Dalmazia non avrà futuro».
«Per anni – ha ricordato Rosanna Turcinovich – il governo italiano ha finanziato le gite in Italia degli studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume, che hanno dato alti risultati. Credo siano necessarie occasioni di incontro. Propongo di creare in Istria un punto di incontro, un agriturismo o bed&breakfast dove mandare gratis discendenti di esuli con un programma di visite ai luoghi e di incontro con la gente del posto. Penso che creare una rete di amicizie e stare insieme sia l’unico modo per avere un futuro. Nel 2008 l’Associazione Giuliani nel Mondo ha fatto arrivare a Rovigno venti giovani di altri paesi discendenti di queste terre accompagnati da tre ragazzi nati a Trieste e nipoti di esuli: è stata un’esperienza bellissima. Così il “sentire istriano” potrà andare avanti. A Rovigno i rovignesi quando tornavano facevano tappa a casa mia, anche per fare la cantata. I miei genitori aprivano le porte a tutti. Quella casa era un porto di mare. Mio padre è mancato il 1° settembre e negli ultimi tempi anche lui soffriva di una forma di demenza senile e lo sentivamo dire: “Quei quattro farabutti sono di nuovo qua! Mi vengono a pestare”. Ora che mia madre non può più badare a se stessa, voglio che quella casa, rimasta vuota, continui a essere un porto di mare».
«Io – ha dichiarato Livio Dorigo, polesano e presidente del Circolo di cultura istro-veneta “Istria” – mi considero un profugo e non un esule, perché la Madrepatria non si meritava il nostro sacrificio. Frequentavo Pola quando Olga Milotti e Quaranta dirigevano la Comunità degli Italiani. Lì tra loro ormai ero di casa. Capivo la loro sofferenza. Da quando non ci sono più loro mi hanno buttato fuori da Pola. I Radin non sono i rappresentanti degli “italiani invisibili”, anche perché alle ultime elezioni per il rinnovo delle cariche associative ha votato solo il 5% degli aventi diritto».
«Io – gli ha risposto Biloslavo – mi lamento dei miei rappresentanti, come è bene che loro si lamentino dei loro».
«Questo primo incontro tra esuli e rimasti – ha chiesto l’esule capodistriano Livio Lonzar – è l’inizio di un processo? A lungo l’Associazione delle Comunità Istriane ha dimostrato chiusura verso i rimasti. Ora è cambiato qualcosa? Noi italiani esuli e rimasti dovremmo avere un obiettivo comune: il mantenimento e la crescita dell’italianità in Istria. Altrimenti noi esuli siamo destinati a sparire, mentre i rimasti sono sempre più impoveriti. Cosa fanno il Ministero degli Esteri e l’Università Popolare di Trieste? Non premiano le collaborazioni tra esuli e rimasti, i programmi culturali e di scambio. Così ognuno coltiva il proprio orticello separatamente dall’altro e non c’è nessuna sintonia né sinergia per raggiungere l’obiettivo. La seconda domenica dopo Pasqua c’è la festa della Madonna di Semedella. Ogni anno la Fameia Capodistriana va a celebrare lì la messa con don Giovanni Gasperutti, che ricorda come nel 1638 fosse stata eretta la chiesa per ringraziare la Madonna di aver fatto cessare la peste, con l’obbligo di celebrarvi per sempre la ricorrenza. Quelli della Comunità di Capodistria invece si rifiutano. Bisogna vedere le cose nella loro realtà e costruire con chi dall’altra parte ha voglia di collaborare. La “sindrome dell’esule istriano”, di cui molti non sono ancora coscienti, è quella del figlio tradito dalla madre, con torto gravissimo. La madre nega di averlo tradito, però sfrutta e usa il suo sentimento filiale ai propri fini utilitaristici più o meno elettorali. Dobbiamo superarlo».
Dal pubblico una signora ha affermato che gli esuli di Valle non si sono sentiti rappresentati a Torino dal sindaco Edi Pastrovicchio.
Olga Milotti ha ringraziato Livio Dorigo. «Nel ’91 – ha aggiunto – c’erano tanti “italiani invisibili” perché erano schifati di quanto fatto dai dirigenti messi lì dal partito comunista e dicevano: “Io non ho niente da spartire con loro!”. Molti si erano allontanati per tale motivo. Il mio primo compito è stato di far tornare questa gente, di far venire i giovani e di aprire le porte agli esuli. A un congresso dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia del ’92 a Brescia ho invitato gli esuli a tornare a Pola, perché Porta Ercole, sede della Comunità degli Italiani, è sempre aperta. Lino Vivoda, allora sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, accolse quell’invito. Nel periodo buio prima della caduta del comunismo alcuni di noi andavano nei piccoli cimiteri, come quelli di Draguccio o Portole, a rilevare sulle lapidi i nomi e le dediche in italiano ancora dei tempi dell’Austria. Poi consegnavamo il materiale al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno».
Chiara Vigini ha ricordato come un libro dell’IRCI sui cimiteri dell’Istria attenda dal gennaio 2002 di essere pubblicato: non sono ancora arrivati i fondi.
«Perché – ha chiesto Knez – si dà tanto spazio a politici o politicanti? Un politico della Dieta Democratica Istriana ha perfino detto che l’esodo è stato l’ultimo atto dell’imperialismo italiano: queste sono stupidaggini! Si parla poi di “ritorno del Litorale sloveno alla Madrepatria”, quando invece Capodistria, Isola e Pirano non sono mai state slovene. Perché dare spago a questi politici? Ne sparano di tutti i colori! Perché polemizzare e farci il sangue cattivo?».
«Se io – ha risposto Biloslavo – non gettavo l’amo, nessuno avrebbe parlato dei Radin. Dobbiamo capire chi siamo. I politici danno il denaro per le iniziative. Pastrovicchio chi l’ha invitato?».
«Io – ha detto Manuele Braico – sono figlio di esuli nato in campo profughi e faccio parte della Comunità di Collalto, Briz e Vergnacco, che non si è mai ufficialmente aperta verso i rimasti. Eppure Vigini portava soldi al locale sacerdote, ma come comunità non volle mai avere rapporti, perché alcuni di loro avevano fatto del male. Ora quelli devono essere messi al bando, non possono rappresentare gli altri. Se ci si può unire, ben venga, ma non possiamo dimenticare la nostra identità. Mio padre mi raccontò che uno di quelli gli aveva dato una bastonata e che perciò era dovuto venire via».
«Noi piemontesi – ha riferito Biloslavo – abbiamo annullato la nostra tradizionale festa patronale per essere presenti in paese al funerale di un rimasto».
«In questo dibattito – ha commentato Carmen Palazzolo Debianchi – si è dimostrata apertura verso i fratelli rimasti. Ora il dialogo va continuato. Esuli e rimasti sono due facce della stessa medaglia di un’unica identità, quella italiana, e devono compiere un percorso comune in Europa. I totalitarismi hanno fatto molti danni. Occorre rispettare le opinioni altrui senza scendere sul piano politico».
«È giusto – ha dichiarato in conclusione Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane – sentire le varie anime. Noi siamo apartitici, ma a tanti dibattiti abbiamo invitato anche politici, che sono tutti bene accetti se disinteressati. Vedo con grande piacere i nostri corregionali e confratelli rimasti. Del resto vi sono dei rimasti anche nella mia famiglia. Una signora di Gimino mi ha raccontato di essere rimasta perché, quando aveva 17 anni e voleva diventare maestra, aveva una madre malata da accudire. Non è mai diventata maestra, ha fatto tanti lavori, ma ha sempre parlato l’italiano. Tuttavia ci sono Piemonte d'Istriastati anche quelli che, pur parlando la lingua italiana, si sono comportati in modo indegno, peggio ancora degli slavi. Dunque, pur nella massima apertura verso i rimasti, dobbiamo stare attenti a un abbraccio incondizionato, specie con i dirigenti opportunisti. Purtroppo oggi all’incontro c’erano pochi presenti. Valuteremo quanto emerso con serietà e spirito costruttivo».

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