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Notizie > Incontri > 15 Aprile 2009

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“Naufraghi della pace”

di Paolo Radivo

“Naufraghi della pace”

Trieste (TS) - È stato presentato a Trieste nel tardo pomeriggio di martedì 14 aprile 2009, nella Sala di lettura della Libreria “Minerva” in via San Nicolò 20, l’interessante libro “Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d’Europa” (Donzelli Editore, Roma, 2008, € 28). Il volume collettaneo, curato degli storici Guido Crainz, Raoul Pupo e Silvia Salvatici, è suddiviso in tre parti.
La prima, denominata “La tragedia delle minoranze”, comprende 5 saggi: “Gli esodi nell’Adriatico orientale: problemi interpretativi”, di Raoul Pupo; “Poteri popolari e migrazioni forzate in Istria”, di Mila Orlic; “La Slovenia tra memorie ritrovate e storie sottratte”, di Marta Verginella; “L’espulsione dei tedeschi dalla Polonia”, di Davide Artico; e “L’espulsione degli ungheresi dalla Cecoslovacchia”, di Federigo Argentieri.

La seconda parte, dedicata a “L’odissea delle displaced persons”, contiene altri 5 saggi: “Le displaced persons, un nuovo soggetto collettivo”, di Silvia Salvatici; “«Le nazioni hanno bisogno di cittadini sani e coraggiosi”: le diplaced persons, l’UNRRA e la sanità pubblica», di Jessica Reinisch; “«La nostra deportazione rappresentò la nostra salvezza»: il displacement degli ebrei dell’Occidente sovietico (1939-1949)”, di Antonio Ferrara; “I campi profughi in Italia (1943-1947)”, di Costantino Di Sante; e “L’Organizzazione internazionale per i rifugiati e i profughi giuliani”, di Giulia Caccamo.

La terza e ultima parte, intitolata “Le ferite della memoria”, include altri 4 saggi: “Il difficile confronto fra memorie divise”, di Guido Crainz; “L’esodo dai territori orientali nella letteratura tedesca”, di Eva Banchelli; “Il recente dibattito pubblico in Germania sulle espulsioni dall’Est Europa”, di Francesca Cavarocchi; e “Acqua sulle sciabole. Polonia e Ucraina”, di Paolo Morawski.
In oltre 260 pagine i 14 saggi tracciano un quadro ampio, anche se necessariamente incompleto, dei numerosi trasferimenti forzati di popolazioni verificatisi nell’Europa centro-orientale, e in particolare in quella del blocco comunista, alla fine e subito dopo la Seconda guerra mondiale. È questo un argomento rimasto a lungo inesplorato da parte della grande storiografia. “Naufraghi della pace”, inserendosi in un filone di ricerca inaugurato non molti anni fa, colma dunque un vuoto e al tempo stesso stimola ulteriori ricerche.

Oltre ai saggi troviamo alcune cartine storiche. Davvero illuminanti e significative sono quella sugli esodi forzati in Europa tra il 1944 e il 1956 e quelle sulla vicenda polacco-tedesco-ucraina.
Il libro è lo sbocco finale del progetto di ricerca “Uomini e donne in fuga nel secondo dopoguerra. Percorsi e memorie di una storia europea”, cofinanziato dalle Università di Teramo e di Trieste e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca con i fondi destinati per il 2005 ai Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN 2005). Il tema è stato affrontato il 27 e 28 novembre 2007 in un convegno svoltosi alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo, le cui relazioni si sono poi trasformate nei 14 saggi del testo.

L’efficace titolo, “Naufraghi della pace”, trae spunto da un servizio del cinegiornale “Settimana INCOM” trasmesso alla fine di febbraio del 1947 nei cinema italiani: “Naufraghi nella tempesta della pace”. Si riferiva all’esodo da Pola allora in corso, ma – come scrivono i curatori nell’introduzione – «collocava quel dramma nel più ampio scenario di una “pace brutale”, di uno “spietato 1945”». «Erano milioni e milioni in quella Europa – spiegano Crainz, Pupo e la Salvatici – i “naufraghi nella tempesta della pace”, traumatico frutto degli sconvolgimenti della guerra e dei loro strascichi, oltre che del contrastato ridefinirsi dei confini. Milioni di persone sradicate dalla terra d’origine nelle deportazioni operate dalla Germania nazista e dalla Russia staliniana, e poi le donne e gli uomini in fuga disperata dall’inferno della Shoah, dai luoghi più traumatici del conflitto, dalle zone martoriate per gli spostamenti del fronte. Milioni di displaced persons, secondo la definizione ufficiale: private talora sin di una patria cui tornare, come è per gli abitanti dei paesi baltici annessi all’Unione Sovietica, o in cerca di una nuova patria, come è per molti ebrei sopravvissuti alla Shoah».

«Nell’immediato dopoguerra – rilevano i curatori – a questa marea di profughi se ne somma un’altra, alimentata da milioni di persone espulse a forza dai paesi dell’Europa centro-orientale. Il dramma delle popolazioni tedesche ha qui un rilievo centrale: già con la fuga disperata davanti all’Armata rossa nell’ultima fase della guerra e poi con le espulsioni immediatamente successive. Dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Jugoslavia, dalla Romania. Le “espulsioni selvagge” della prima fase, segnate spesso da violenze disumane, trovano sanzione e prosecuzione nei trasferimenti forzati decisi dalla Conferenza di Potsdam, nella convinzione – espressa in precedenza da Winston Churchill – che le espulsioni dei tedeschi da quest’area fossero “il metodo più duraturo e soddisfacente” per porre fine a “miscugli di popoli, causa di guai interminabili”. Si aggiungano i polacchi e gli ucraini vittime di espulsioni reciproche, talora feroci, dai territori in cui avevano convissuto per secoli, ma anche le politiche nei confronti degli ungheresi in Cecoslovacchia e in Romania. Si collochi un questo stesso quadro, infine, il dramma degli italiani dell’Istria, pur con la sua specifica fisionomia: si inizieranno allora a intravvedere i contorni di una fra le più rimosse “ombre dell’Europa”. È una vicenda che coinvolse quasi quindici milioni di persone, con un altissimo numero di vittime (da uno a due milioni): frutto talora di violenze dirette, e più spesso delle condizioni disumane in cui quei drammatici trasferimenti avvennero».

Crainz, Pupo e la Salvatici esprimono la convinzione che «elaborare collettivamente il lutto di un tragico passato è un momento necessario nella costruzione di un futuro comune».
L’incontro di presentazione del libro a Trieste è stato organizzato congiuntamente dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia e dal Dipartimento di Scienze dell’uomo dell’Università di Trieste. Ad illustrare i contenuti più salienti dei vari saggi sono stati lo stesso Guido Crainz (dell’Università di Teramo), la triestina Marta Verginella (dell’Università di Lubiana) e Giulia Caccamo (dell’Università di Trieste, sede di Gorizia). Fra gli autori sono inoltre intervenuti il moderatore dell’incontro Raoul Pupo (dell’Università di Trieste) e Mila Orlic (dell’Università di Modena e Reggio Emilia). Fra il pubblico ha infine preso la parola lo storico triestino Fulvio Salimbeni.

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