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Notizie > Incontri > 10 Aprile 2009

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Esuli e sloveni: memorie a confronto

di Paolo Radivo

Lucio Toth

Trieste (TS) - Si è svolto nel tardo pomeriggio di martedì 7 aprile alla Sala Vulcania della Stazione Marittima di Trieste il confronto pubblico tra due ex parlamentari: il sen. Miloš Budin, noto esponente della minoranza slovena in Italia, e l’on. Lucio Toth, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD).
Budin, nato a Sgonico (in provincia di Trieste) nel 1949, è stato insegnante di storia, lingua e letteratura slovena in varie scuole superiori con lingua d’insegnamento slovena, e ha militato prima nel PCI, poi nel PDS, quindi nei DS e infine nel PD. È stato sindaco di quel piccolo Comune, consigliere regionale, senatore, deputato e, con l’ultimo governo Prodi, Sottosegretario di Stato alle Politiche europee e al Commercio estero: la più alta carica che un componente della comunità nazionale slovena abbia mai raggiunto in Italia.

Toth, nato a Zara nel 1934 ma di origini spalatine, esule a Roma, ha svolto la carriera di magistrato. Attivo in ambito cattolico, è stato deputato della DC e si è impegnato nell’associazionismo della diaspora fino a diventare presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati.
Budin e Toth sono stati intervistati dal direttore de "Il Piccolo" Paolo Possamai e da quello del "Primorski dnevnik" Dušan Udovic, organizzatori dell’iniziativa assieme con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e lo Slovenski klub (Club sloveno). La sala era gremita di persone di entrambe le nazionalità. Alcune sono rimaste in piedi. Possamai e Toth hanno parlato in italiano, Udovic e Budin in sloveno. Ciò è stato reso possibile dagli apparecchi per la traduzione simultanea distribuiti al pubblico.

Nell’introdurre il confronto Renzo Codarin, attuale presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli e presidente provinciale dell’ANVGD, ha sottolineato come il clima fra italiani e sloveni sia cambiato naturalmente a prescindere dalla politica e dalle associazioni.
«Quando trent’anni fa – ha raccontato – andavo come giovane esponente della DC a cercar voti a Borgo San Nazario e negli altri borghi istriani del Carso notavo una sensazione di accerchiamento, ostilità, isolamento e abbandono, accentuata dal fatto che mancavano gli allacciamenti al gas e alle fognature. Da alcuni anni però il presidente della locale Circoscrizione Altipiano Ovest, che certo non è votato dagli esuli, viene alla tradizionale processione di San Nazario che si svolge ogni giugno, interessandosi le settimane precedenti di far pulire le strade e togliere le erbacce. Se le cose tra italiani e sloveni sono migliorate è merito di tutti e credo che i tempi siano maturi per un’iniziativa di questo genere».
Il direttore del Primorski dnevnik ha ringraziato i promotori dicendo di aver aderito con entusiasmo perché uno degli elementi fondanti della politica redazionale del suo quotidiano è il dialogo, la convivenza in questi territori «dove la storia ci condiziona e ci segna fortemente». «Spesso – ha aggiunto – pensiamo di essere troppo rivolti al passato. Toth e Budin sono qui per un “incontro delle memorie”: infatti non ce n’è una sola. Appartengono a due generazioni diverse: Toth è nato fra le due guerre a Zara, ha vissuto la tragedia dell’abbandono della sua terra e ha affrontato poi il problema di come superare e metabolizzare quell’esperienza. Budin invece è nato nel dopoguerra e dunque fa parte di una generazione che non ha vissuto sulla propria pelle gli eventi precedenti. Come vivono il ricordo, la memoria?».
«Ho avuto difficoltà – ha risposto Toth – a spiegare la mia vita di frontiera soprattutto agli altri miei connazionali. Quando poi incontro uno sloveno, un croato o un serbo trovo una memoria contrapposta alla mia: ci guardiamo e non ci capiamo. A Trieste gli sloveni sono una minoranza millenaria e hanno tutto il diritto di considerarsi triestini. A Zara, accanto alla maggioranza italiana esisteva una minoranza croata, serba e albanese. Per gli sloveni dopo il 1861 noi italiani eravamo un grande Stato minaccioso perché aspirava a completare la sua unità. Il glottologo Ascoli si era addirittura inventato una regione che prima non si chiamava così: la Venezia Giulia. Gli sloveni erano invece divisi nell’Impero asburgico tra Stiria, Carniola, Carinzia, Litorale… L’Italia era un Moloch pericoloso perché insidiava il loro “territorio etnico”. In Dalmazia la realtà era tutta diversa. Per un istriano la slavità era lontanissima, rappresentata da persone giunte in epoca veneziana. Noi italiani ci siamo posti a difesa dello status quo perché insidiati nella nostra egemonia dal senso di identità di sloveni, croati e serbi. Avevamo il complesso di Davide contro Golia prima rispetto all’Austria, poi rispetto alla Jugoslavia, che vedevamo unita. Gli sloveni del Carso guardavano a Trieste con una avidità che ci spaventava: temevamo ci invadessero e diventassero maggioranza. Del resto a Trieste c’erano più sloveni che a Lubiana perché Trieste era molto più popolosa. Abbiamo avuto due memorie di paura l’uno dell’altro che i totalitarismi fascista e comunista hanno cavalcato creando uno scontro che prima non c’era».

«Quasi tutti gli italiani – ha aggiunto Toth – erano anti-austriaci. L’ostilità all’Austria feudale, paternalista e reazionaria accomunava liberali, cattolico-liberali e mazziniani. Del resto anche i liberali polacchi e cechi erano anti-asburgici, come pure una parte dell’intellighenzia slovena e croata, che però ha abbandonato la linea indipendentista per paura dell’Italia. Attraverso il liberalismo pensavamo di costruire la convivenza, invece lo Stato nazionale è diventato autoritario. Così è successo in Francia, dove nel 1870 sono state abolite le lingue minori come il corso, l’alsaziano, il bretone e il provenzale: era proibito parlarle a scuola. Questo statalismo giacobino lo abbiamo ereditato anche noi italiani. A Nizza le scuole italiane sono sparite nel giro di un anno, ma quando l’Italia è arrivata qui ha chiuso le scuole slovene, che l’Austria aveva sopportato non perché fosse democratica, ma perché era feudale, basata cioè su un’organizzazione in cui le nazionalità non avevano importanza. L’irredentismo, partito da ideali di convivenza, è arrivato poi alla negazione dei diritti altrui. Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel 1920 chiuse le scuole italiane in Dalmazia, e così nelle scuole di Zara avevamo studenti di Lesina, Curzola, Sebenico, Ragusa. Altri erano andati a Fano o Bari per poter continuare a parlare italiano. Noi tutti italiani o croati eravamo gelosi della nostra rispettiva lingua. A Zara da bambino non mi ero accorto che ci fossero anche dei croati: eppure c’erano! Come noi italiani cerchiamo di capire gli altri, vorremmo che anche gli altri cercassero di capire noi».

«Io – ha detto Budin – sono nato nel dopoguerra e sono cresciuto in un periodo in cui la memoria dell’epoca bellica e prebellica era particolarmente viva e “ferita”. Si era maldisposti verso gli altri, pieni di rabbia e di odio. La mia generazione è cresciuta in queste condizioni. Oggi le condizioni sono del tutto diverse, determinate dalle regole di Stati democratici e dell’Unione Europea, che è anch’essa democratica. Il buonsenso fra le persone prevale perché è necessaria una convivenza pacifica e serena, ma la memoria degli eventi storici è ancora fortemente presente. Io, in quanto appartenente a quella generazione, sento il dovere morale di compiere i passi necessari perché le memorie dialoghino tra loro e non siano opposte. È impossibile chiederlo alla generazione che ha vissuto in prima persona la guerra, ma per la mia è diverso. Probabilmente non riusciremo mai a interpretare in modo identico eventi storici che hanno determinato la separatezza. Ma è necessaria una sintesi per trarre dagli eventi degli insegnamenti per l’oggi e il domani. Si può costruire non un passato comune, ma un presente e un futuro comuni. È giusto rispettare il passato e tenere conto della memoria dell’altro, interrogarci sulle ragioni, i dolori e gli eventi vissuti come torti dall’altra parte o dalla controparte. Le memorie più vive sono quelle legate ai torti subiti. L’essenza dello scontro nel territorio nord-adriatico etnicamente misto era legata agli eventi dell’800, quando ebbe inizio il processo di formazione degli Stati nazionali fondati sull’appartenenza etnica qui come altrove in Europa. Durante l’Impero austro-ungarico gli sloveni avevano un rapporto diverso con Vienna, ma in gran parte aspiravano a un proprio Stato autonomo all’interno dell’Impero. Per un periodo hanno aderito al Trialismo, poi ben presto superato. Durante la Prima guerra mondiale uno dei più noti scrittori sloveni disertò fuggendo dall’altra parte verso le truppe italiane perché voleva aiutare a distruggere l’Austria-Ungheria che non permetteva agli sloveni uno Stato autonomo. I problemi ci sono stati dove il territorio era etnicamente misto, come nell’Alto Adriatico».
«La conoscenza delle ragioni dell’altro – ha affermato Paolo Possamai – è la premessa necessaria e ineliminabile per ragionare sul presente e sul futuro. Ma attraverso quali passi concreti è possibile avanzare? Quali gesti simbolici o “mitici” dovrebbero consentire la pacificazione e il riconoscimento gli uni degli altri? In cosa sostanziare il punto di svolta?».

«Ho conosciuto Budin – ha riferito Toth – nel 2006 quando venne al congresso dell’ANVGD a portare il saluto del governo italiano. E lo fece con un garbo particolare. Quando si parla in termini di “tu e io” si è amici, quando invece si parla in termini di “noi e voi” si è nemici. Se amiamo la stessa terra, non vedo perché negare all’altro che ci vive lo stesso diritto. È inutile chiederci perché i nostri genitori e antenati abbiano aderito a questa o quella etnia. Io non ho ancora capito bene perché il mio trisavolo ungherese fosse diventato italiano. L’avvenire sta nel riconoscimento della realtà. Oggi a Zara ci sono 300-400 italiani, una volta erano l’80%. Ricordo quando da bambino in una chiesa durante la messa sentii con grande sorpresa una predica in croato. Chiesi poi a mia nonna perché era stata utilizzata quella lingua che io non capivo. Lei mi rispose perché in quella zona la parlavano. Le chiesi inoltre se la comunione fatta lì aveva lo stesso valore e lei mi rispose affermativamente. A Traù c’erano famiglie in cui alcuni componenti, pur avendo lo stesso cognome e andando alle stesse feste, si sentivano italiani, altri croati. Al funerale del Senior della Milizia italiana di Traù parteciparono anche i suoi parenti di nazionalità croata. Non dobbiamo accettare il presente come una conquista definitiva. Se l’assimilazione fascista fosse riuscita, forse oggi ad Aidussina, dove io vissi un periodo perché mio padre vi prestava servizio, si parlerebbe italiano. Invece non riuscì perché il regime era all’italiana, cioè agiva magari anche con forme di violenza, ma con poca serietà. Il totalitarismo comunista e il nazionalismo jugoslavo hanno invece cancellato la fisionomia dell’Istria, di Fiume e di Zara. È doloroso per noi esuli andare oggi nelle nostre città, trovarle cambiate e vedere qualcun altro nelle nostre case. Non bisogna però gettare sale nelle ferite del passato create dai totalitarismi. Dobbiamo accettare ciò che di buono è stato portato dagli Stati nazionali e guardare alle forme federali che oggi si affermano anche in Francia o in Spagna, dove sono state riconosciute le lingue locali. Bisogna andare verso la democrazia e il riconoscimento dei diritti nazionali, non verso il centralismo democratico e l’oppressione delle altre etnie».
«Noi italiani – ha rilevato Toth – siamo simili per lingua, ma non per costumi. Io mi capisco con un siciliano, ma per il modo di comportarmi posso essere più simile a uno sloveno di Trieste o a un dalmato croato. Esiste quindi una duplicità di appartenenze. Se oggi si costruisce l’Europa unita e si vuole vivere insieme, non bisogna mettere sotto il tappeto il proprio dolore, ma non bisogna neppure rinfacciarlo ogni giorno all’altro impedendo di costruire l’avvenire. Le terre non si dividono con la calce: Zona A, Zona B, Linea Morgan… Chi ama la sua terra vuole che sia abitata anche dagli altri, che possono essere di lingua o di religione diversa. Recentemente in piazza Fiume a Roma ho sentito solo quattro persone parlare in italiano: tutte le altre palavano lingue diverse. L’avvenire sta nell’integrazione con gli altri paesi. Ha senso quindi discutere di “territorio etnico”, di carta d’identità bilingue concessa a Doberdò ma non a Sagrado, a Bertocchi ma non in una delle frazioni di Pirano? Non è più importante che un malato possa andare in un vicino ospedale che funzioni, anche se si trova in un altro Stato? Oggi con Schengen non vogliamo che l’Europa finisca al Dragogna. Chiediamo alla Croazia di rispettare delle condizioni sui nostri beni, ma desideriamo che entri nell’Unione Europea».
«Di recente – ha reso noto Toth – ho appreso che un importante scrittore serbo era nato a Zemonico, a 5 km da Zara. Lui si considerava zaratino, mentre io non lo avrei considerato tale. I croati lo ignorano. È bello che a Zara ci sia una lapide in ricordo di Paravia e, dietro l’angolo, un’altra in ricordo di uno scrittore croato: infatti dall’800 a Zara hanno cominciato a operare giornalisti e scrittori croati. A Capodistria c’è una targa in ricordo di Primož Trubar e una in ricordo di Pierpaolo Vergerio: perché dovremmo metterli uno contro l’altro se sono vissuti nella stessa città? Perché dovremmo farci ancora la guerra, come fecero polacchi, russi e ucraini? Tutta l’Europa orientale ha conosciuto tragedie di questo tipo ed è anche per questo che gli altri italiani hanno difficoltà a capirci. Leggendo l’elenco dei caduti delle nostre province comune per comune fino al 1943 troviamo ad esempio un soldato di Villa del Nevoso (Ilirska Bistrica) con nome e cognome sloveno caduto in Russia con la camicia nera e decorato, come pure un nativo dell’isola della Brazza caduto nell’agosto 1943 quale capocannoniere su una nave italiana. Troviamo nello stesso paese partigiani e militi della Repubblica Sociale Italiana: uno stava di qua e uno di là. Da una parte ci furono diversi partigiani italiani di Rovigno, Pisino o Albona, mentre dall’altra parte sloveni che stavano con la RSI, non con i belogardisti o i domobrani. Su queste cose si costruisce un avvenire di rispetto reciproco. Oggi l’“altra parte” non c’è più: c’è un mondo nuovo. Ognuno ha diritto ad amare la propria terra a modo suo, purché non impedisca all’altro di fare altrettanto».

«La classe politica – ha detto Budin – ha una grande responsabilità: è chiamata a rinunciare all’utilizzo della memoria storica a scopi politici. Così è stato e in molti casi è ancora. I tentativi di strumentalizzare i dolori del passato a fini politici devono finire. Noi tutti fin qui abbiamo attribuito troppo peso a questo passato. Ora dobbiamo dare risposte, non farci megafoni, amplificatori. Il fascismo, che per gli sloveni è stato repressione e violenza, deve diventare parte di un passato che non deve e non può più tornare. Per noi sloveni il fascismo non deve più essere un punto di riferimento della nostra identità. Deve rimanere passato. Fonte dev’essere invece la democrazia assicurata dagli Stati e dall’Unione Europea, che è una comunità di Stati nazionali, i quali hanno fatto sì che i confini non siano più ragione di scontro e che perdano il loro significato. Un tempo l’appartenenza nazionale era in funzione della creazione di Stati nazionali, ma oggi può esistere anche senza di loro. I gesti simbolici compiuti dai massimi rappresentanti istituzionali possono essere utili, come quelli tra Francia e Germania per l’Alsazia-Lorena, dove per secoli è corso il sangue. Ma questi gesti simbolici devono corrispondere a un processo in atto all’interno della società. Dobbiamo tener conto di tutti gli aspetti del passato: quelli della nostra parte e quelli del nostro interlocutore, che potrebbe essere stato l’avversario. Dobbiamo parlare del passato come di un passato di tutti, colto nel suo insieme, rispettando tutte le parti».
«Qui – ha osservato il direttore del Primorski – sono state scritte due storie diverse, anche perché è mancata la conoscenza dell’altra lingua. Vi sono state due storiografie parallele che spesso non si sono incontrate. Slovenia e Italia avevano costituito una Commissione storica mista nel sincero tentativo di trovare un minimo denominatore comune. Ma il rapporto che ne è derivato non è stato diffuso. Manca forse la volontà di far conoscere la storia comune?».
«Non rendere ufficiale quel rapporto – ha affermato Toth – è stata una prova di saggezza e prudenza politica, perché i tempi non erano maturi. Io ho fatto parte di quella commissione, che ha compiuto un lavoro di scavo e ricerca meritorio e utile. Ho vissuto con molta sofferenza la difficoltà di attingere a fonti che si trovavano a Zagabria o Belgrado. Tale carenza ha portato nella relazione a sbilanciamenti anche metodologici tra argomenti che si conoscevano bene e altri che invece non si conoscevano altrettanto bene. Io mi sono dedicato alla prima parte, quella tra il 1880 e il 1915, che era più facile. Nella seconda c’erano invece maggiori pericoli di censure e reticenze. Quello è stato il primo tentativo di fare un lavoro del genere. Lo stesso avviene oggi tra Germania e Repubblica Ceca e si sta pensando una commissione greco-turca e a una turco-armena. Italia e Slovenia hanno aperto la strada, ma quello non è un punto fermo, un Vangelo, bensì un lavoro di ricerca che le due opinioni pubbliche non hanno recepito. Non esiste una verità di Stato. Noi componenti della commissione di ambo le parti si sono presi critiche e insulti perché ci siamo lasciati sfuggire parole o perché non abbiamo nominato i reparti macchiatisi di crimini. Ma, se lo avessimo fatto, avremmo potuto essere chiamati in giudizio. Noi non siamo giudici e citando i nomi, il numero o la nazionalità delle vittime in una determinata località avremmo potuto fare un grande male. Ci voleva molta cautela. Il processo contro Piškulic si è fatto bene a farlo, ma non ha risolto granché».
«In Slovenia – ha ricordato Toth – sono state effettuate due ricerche: una nell’ottobre 2007, da cui sono emersi 250 siti con migliaia di cadaveri, e una ora, da cui ne sono risultati oltre 400. Chi c’è dentro? Domobrani? Cetnici? Italiani? Ustascia? Tedeschi? Certo è che sono successe cose terribili. I morti si seppelliscono, ma occorre imparare dal passato e rispettare tutti coloro che hanno dato la vita per una causa, da ambo le parti. Non tutti gli italiani stavano dalla stessa parte: ad esempio nella Guerra di Spagna hanno combattuto in campi opposti. Fra i legionari vi erano anche molti slavi, e li offenderei se dicessi che c’erano andati solo per necessità, perché erano dei morti di fame. Degli italiani hanno poi combattuto contro il fascismo nelle formazioni partigiane jugoslave. Ognuno ha fatto le sue scelte e merita grande rispetto, pietas. Non mi sentirei di dare del delinquente a uno solo perché stava dall’altra parte. Mi opposi all’impiego del termine “collaborazionista” per gli sloveni non comunisti perché ha un significato negativo di opportunismo, di vigliaccheria. Io che ne so? Certo: se uno denunciò un ebreo o fu torturatore a San Sabba o nelle prigioni del Coroneo, di Fiume o di Zara, sì. Ma se uno difendeva Fiume con la divisa della RSI o se uno da partigiano era entrato a Trieste, che gli avevano detto dover diventare jugoslava, penso abbia semplicemente fatto il suo dovere. Lo stesso vale per il fante italiano a cui nel 1941 avevano detto di andare a liberare la Dalmazia e che poi si accorse che lì la maggioranza era croata. Mai più uno Stato dovrebbe obbligare a uccidere persone di un’altra nazionalità per espansionismo territoriale. Non bisogna alimentare i rancori. Perché litigare su fatti avvenuti 50 o 60 anni fa? Semmai bisognerebbe stabilire se gli sloveni hanno diritto di uscire dal golfo di Trieste in acque internazionali. La controversia sloveno-croata deve essere risolta in termini positivi. Ma non bisogna correre: sennò si rischia di risollevare tensioni».

«La relazione della Commissione storica – ha dichiarato Budin – è un prodotto estremamente interessante, ma non abbiamo bisogno che venga utilizzato a fini politici come se fosse l’unica verità, che però l’altra parte non vuole accettare. Ciò è già avvenuto. La relazione è utile, ma non in quanto documento ufficiale, anche perché è la somma di due storie parallele, di due approcci separati, di due interpretazioni distinte dello stesso periodo, non una storia comune, una sintesi. Non è dunque un testo definitivo, unico. La storiografia ha ancora tanto da fare e potrebbe organizzare una comunità permanente di ricerca storica comune, senza mete finali perché anche la storia è una scienza viva, in evoluzione. Io da politico sono chiamato ad altri compiti. La memoria vive oggi e dovere dei politici è creare le condizioni affinché le memorie non ostacolino lo sviluppo congiunto dei territori. Qui c’è stato uno scontro per il controllo, per il governo del territorio, per il potere. Questa è stata la nostra storia. Se riconosciamo questo, daremo modo alla “macchina del tempo” di operare. La stabilità politica è condizione per aiutare la convivenza pacifica nell’Unione Europea, che è garante dei diritti e delle libertà. Dobbiamo riconoscere il diritto alle diverse memorie e alle diverse storie».
«L’Unione Europea – ha chiesto Possamai – può favorire lo sviluppo di questi territori facendo tesoro delle memorie?».
«L’allargamento – ha risposto Toth – avrà effetti positivi a medio e lungo termine perché aiuta a maturare. Le strumentalizzazioni politiche alimentano le divisioni, ma la gente semplice di Spalato, Zara, Pola o Fiume le ha già superate. La conoscenza reciproca è molto importante. Il Libero Comune di Zara in Esilio del qui presente Renzo de’ Vidovich ha aggiunto alla sua denominazione la dicitura “Dalmati Italiani nel mondo” per sembrare meno irredentista. A Zara si farà l’asilo italiano: è un piccolo segno che non sarebbe stato possibile se la Croazia non volesse entrare nell’Unione Europea. La crisi energetica in Croazia è stata risolta grazie all’aiuto italiano. Fiamminghi e valloni invece litigano, malgrado vivano in un contesto democratico. Ma ciò che qui abbiamo vissuto è stato di una tale gravità che non si deve ricominciare a scontrarsi. Anche la Serbia merita di entrare nell’UE, ma tutto deve avvenire passo per passo. Il problema dei nostri beni si può risolvere in uno spirito di amicizia perché in realtà si tratta di entità e quantità molto limitate: alcune centinaia o migliaia a seconda dei territori. Sarebbe molto bello se si potesse ottenere la restituzione, ma chi enfatizza tale problema fa del male: accresce solo le divisioni per camparci sopra sul piano politico».
«La collaborazione transfrontaliera – ha detto Budin – è utile soprattutto quando è concreta e pratica, come nel caso dello sviluppo dei servizi, della collaborazione fra Trieste e Lubiana, fra i porti di Trieste e Capodistria. I sindaci stanno contribuendo al superamento delle tensioni del passato. Ma finora la collaborazione transfrontaliera ha dato meno risultati concreti di quelli che ci aspettavamo: troppe parole. Gli interessi possono essere diversi, tanto più in un’epoca diMilos Budin concorrenza, di competizione. Ma dovrebbe prevalere la volontà di collaborazione effettiva. L’allargamento dell’UE è utile anche a noi. Se lavoriamo per la pacificazione, il riavvicinamento e la sdrammatizzazione, pur consapevoli delle ragioni e delle tragedie del passato, aiuteremo e daremo un esempio anche ai Balcani, dove ci sono state guerre fino a 10 anni fa».

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