Oggi Notizie Cultura
Cerca in
Cerca in

Notizie > Incontri > 06 Aprile 2009

Bookmark and Share

«La tv non è adatta ai bambini»

di Paolo Radivo

Paolo Landi - "Volevo dirti che è lei che guarda te"

Trieste (TS) - “Tv, internet, pubblicità: l’approccio dei bambini e dei giovani ai mezzi d’informazione. Sottile e labile confine tra l’utilità del progresso e il rischio di plagio per coscienze in fase di sviluppo e in via di realizzazione”: è questo il titolo della conferenza che il dott. Paolo Landi ha tenuto la sera di sabato 4 aprile presso il circolo culturale “Ivan Grbec” in via di Servola 124 a Trieste, per iniziativa della Società Antroposofica.
Landi, direttore della pubblicità di “United Colors of Benetton” e docente a contratto di Comunicazione e Mercato al Politecnico di Milano, è stato in precedenza docente a contratto di Comunicazione all’Università di Design e Arte IUAV di Venezia, nonché critico televisivo su vari settimanali. Sui temi affrontati sabato ha scritto quattro libri dal titolo molto esplicito: “Manuale per l’allevamento del piccolo consumatore” (Einaudi, 2000), “Volevo dirti che è lei che guarda te - La televisione spiegata a un bambino (Bompiani, 2006), “Impigliati nella Rete - Per una controinformazione sul Web” (Bompiani, 2007) e “La pubblicità non è una cosa da bambini” (La Scuola, 2008).
L’incontro è stato introdotto dall’organizzatore Tullio Hausner.
«I quattro libri che ho scritto – ha spiegato Landi – sono il frutto di una duplice esperienza: quella professionale di pubblicitario e quella di genitore di tre figli, che oggi hanno rispettivamente 14, 12 e 3 anni. Ho notato che ormai i bambini sono sempre più interessati alle merci e pretendono sempre tutto e subito. Ne è nata una riflessione sul rapporto fra mondo infantile e merci».
Per meglio introdurre l’argomento è stato proiettato in sala un breve film (“Evidence”), girato nel 1995 a Treviso da un regista americano, che raffigura per 7 minuti con varie inquadrature alcuni bambini seduti mentre guardano immobili, a bocca aperta e con gli occhi sbarrati un cartone animato in tv. «Era come se – ha poi commentato Landi – fossero sotto ipnosi: sembravano paralizzati, avevano la pupilla fissa. Noi adulti possiamo anche fare altro mentre guardiamo la tv, loro no».
«In Italia – ha reso noto Landi – i bambini stanno in media almeno 3 ore al giorno fermi davanti alla tv o al computer. Ma questo è il contrario di ciò che dovrebbero fare! Il risultato è fra l’altro che già a quattro anni conoscono il valore del denaro. Sono come soldatini educati a consumare. La tv ci vuole sempre vendere qualcosa: la mattina detersivi alle casalinghe, il pomeriggio merendine e giocattoli ai bambini, la sera automobili ai papà. Ci divide in “target” per provenienza sociale, sesso ed età, e per ognuno di questi “target” ha immancabilmente un prodotto da venderci. Giorgio Gori, marito di Cristina Parodi e ora capo di una grande casa di produzione di “reality”, quand’era direttore di Canale 5 disse qualcosa di altamente offensivo nei confronti dei telespettatori: “Noi non facciamo programmi, ma vendiamo teleutenti agli sponsor”. Dei consumatori non gli importava nulla. Del resto, basta pensare che uno spot di 10 secondi su “Striscia la notizia” costa fra i 150 e i 200.000 euro per rendersi conto di quale montagna di denaro muova la pubblicità. Ci sono in continuazione spot, televendite, sponsorizzazioni… Gli stessi conduttori televisivi pubblicizzano dei prodotti interrompendo i loro programmi. La pubblicità entra dunque anche in modo subdolo. Si capisce allora quanti soldi guadagnasse Gori vendendo le nostre “teste” di consumatori agli sponsor».
«Lo stesso linguaggio televisivo – ha evidenziato Landi – è modellato sulla pubblicità: rapido e sincopato come gli spot. Ormai non si possono più trasmettere i telefilm del commissario Maigret con Gino Cervi, perché ci metteva oltre 10 secondi a caricare la pipa. In base a questa stessa logica le notizie nei telegiornali non durano più di un minuto. Su “Cartoon Network” trasmettono cartoni animati 24 ore su 24 e quando ne va in onda uno c’è un’interruzione che ne annuncia quello successivo. Poi pubblicizzano il merchandising legato al protagonista: lo zainetto, la tazza... La narrazione è ansiogena».
Landi ha sfatato tre luoghi comuni sulla televisione.
«Dicono – ha rammentato – che non bisogna lasciare il bambino da solo davanti alla tv. Invece credo che non dovrebbe vederla proprio! Altrimenti è bene che la guardi da solo, se non altro per far dispetto a Gori, il quale vorrebbe che tutti la guardassimo. Nel 2004 l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti inviò una circolare nelle scuole elementari per invitare gli insegnanti a spiegare agli alunni la strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord, dove morirono 186 bambini. Ebbene: perché un ministro sentì il bisogno di fare una cosa del genere? Perché quei bambini avevano visto le immagini della strage in tv mentre mangiavano la minestra. Dunque la tv azzera le differenze tra l’infanzia e l’età adulta: noi genitori guardiamo anche i cartoni animati e i nostri figli guardano anche cose che non li dovrebbero interessare. Ormai siamo consumatori, non persone. Negli anni ’50 la tv aveva anche un ruolo pedagogico: insegnava a parlare l’italiano e chi la faceva lo parlava bene. Oggi invece in tv si parla un italiano degradato, il che non è certo educativo. Una volta per fare intrattenimento ci voleva almeno un Walter Chiari, per ballare le sorelle Kessler. Oggi invece va in tv chi non sa fare niente. Molti pagherebbero per andarci, per farsi vedere. Si pensi ai “reality”, che poi tanto “reali” non sono… È finita dunque la funzione pedagogica della tv. Pasolini l’aveva detto già nel 1975 che la tv ci omologa verso il basso».
«Il secondo luogo comune – ha affermato Landi – è che bisogna parlare coi propri figli di quanto hanno visto in tv. Ma perché mai? La tv è così centrale da dettare l’agenda del colloquio tra genitori e figli? E se io invece volessi parlare di ciò che hanno visto tornando da scuola? La tv ci dà dei continui appuntamenti: c’è sempre qualcosa da non perdere. Qualcuno mi ha detto che se non faccio vedere “Il grande fratello” ai miei figli, poi saranno degli esclusi, dei disadattati, perché non potranno parlarne coi compagni di classe. Secondo me sarebbe invece grave se ne parlassero! Ormai per i bambini mandano in onda programmi deleteri: vince il “modello Gori”. Una volta si allenava la fantasia dei bambini raccontando loro le fiabe. Oggi invece si propongono eroi televisivi dai nomi “global”, che poi si possono comprare, ma che dopo dieci minuti di gioco si buttano via. Si è corrotta la fantasia dei bambini: la tv è entrata nelle loro coscienze».
«In base al terzo luogo comune – ha rilevato Landi – chi non guarda la tv è un intellettuale o uno snob che si vuole distinguere dagli altri. Peraltro questa è la 57esima presentazione del mio ultimo libro e ogni volta ho trovato in sala alcune persone come me. Le statistiche rivelano che ormai un milione e mezzo di famiglie non guarda più la tv. Del resto lo stesso Presidente Berlusconi ha detto che, se solo 15 milioni di persone hanno visto Sanremo, vuol dire che gli altri 45 milioni non l’hanno visto. Con la tv ci inchiodano davanti a uno schermo impedendoci di fare altro, di vivere realmente: non è come con la radio. Oggi peraltro, quando i bambini non guardano la tv, stanno fermi davanti al computer, alla play-station o al telefonino: è quasi una coazione a sedersi indotta da mezzi tecnologici. Nell’evoluzione darwiniana l’uomo eretto è diventato seduto!».
«Io – ha raccontato Landi – ho mandato tutti i miei figli alla scuola steineriana di Oriago (in provincia di Venezia), dove gli insegnanti sono attenti alla crescita armonica degli alunni. Per l’esame di ammissione, il maestro guardò le gambe a mio figlio maggiore per vedere se aveva lividi e graffi: se non li avesse avuti, quella scuola non sarebbe stata adatta per lui. Quando poi io e mia moglie non sapevamo cosa fare perché guardava troppo la tv, la maestra venne a casa nostra e ce la fece spostare in soffitta. Lì è rimasta e da allora io non la guardo più e sto benissimo: nemmeno me ne ricordo».
«Anche su internet – ha osservato Landi – ci sono dei luoghi comuni. La tecnologia è utile e importante, ma bisogna evitare la retorica. Si dice che con Internet hai il mondo ai tuoi piedi, che puoi avere milioni di amici con cui chattare. Ma come: per conoscere il mondo devo rinchiudermi in camera mia? Mi sembra una forma estrema di solitudine! Semmai bisognerebbe uscire di casa… Al giorno d’oggi i ragazzi fanno le ricerche su internet, ma bisogna saper navigare: quando si cerca la Divina Commedia, la prima cosa che si trova è infatti un ristorante di Firenze! Se la scuola non ci ha insegnato come usarla, Wikipedia non ci servirà a niente. Del resto, secondo un’indagine condotta recentemente, fra le prime dieci parole cercate dagli italiani sulla rete ci sono “Valentino Rossi”, “Juventus” e “Ferrari”… Se invece uno sa come adoperarla, la rete può essere una fonte inesauribile e fantastica di informazioni».
«Si dice anche – ha aggiunto Landi – che sul web c’è grande democrazia. Lo sostiene per esempio il mio amico Beppe Grillo, autore dell’introduzione al mio libro “Volevo dirti che è lei che guarda te”. Tuttavia quando ho cercato di entrare nel suo blog ci ho impiegato ben 22 minuti e poi ho trovato i commenti di 2.500 persone a un suo post: ma chi li legge? Non interessano a nessuno! In realtà questa dei blog è la democrazia dei soliti noti».
«Io – ha precisato Landi – considero la pubblicità una forma d’arte, oltre che una leva dell’economia di mercato. Ma perché i maestri di scuola dovrebbero spiegarne i meccanismi ai bambini? Non è meglio sorvolare, come sul sesso? Un tempo i nostri genitori ci dicevano in questi casi: “Zitto tu! Non sono cose per te”. Ci dovrebbe essere un’età per ogni cosa, mentre invece oggi i bambini acquisiscono tutto perdendo la loro infanzia. Siamo diventati tutti uguali davanti allo schermo, ma domani questi bambini non saranno uomini migliori. La mia non è una battaglia di retroguardia, ma una sfida alla modernità. La tv si potrebbe cominciare a vedere a 12 anni, e alla stessa età si potrebbe imparare a connettersi alla rete: non è vero che è più difficile se non lo si fa prima. Che senso ha invece far studiare l’inglese, cioè una lingua estranea, già a bambini di 6 anni o mandarli alla Scuola Internazionale? È questa la modernità? Un mondo senza pubblicità sarebbe triste, ma bisogna educare i bambini alla bellezza. Per conoscere il brutto poi avranno sempre tempo! Se si dà loro la paghetta in quanto il mondo è mercificato, imparano che la vita è uno scambio di merci: così li si rende dei piccoli materialisti! La tecnologia dev’essere uno strumento, non l’ambiente in cui vivere e di cui essere schiavi. Più fili ci pendono dalle orecchie più siamo emarginati. E lo sono soprattutto i più poveri!».
A uno spettatore che sollecitava un intervento del garante dell’editoria a tutela della qualità dei programmi televisivi Landi ha risposto che in realtà possiamo benissimo difenderci da soli.
«Mi interessa – ha detto – la mia coscienza di genitore o di cittadino, non ciò che può fare il garante. La tv si può anche spegnere! Non credo che noi possiamo veramente scegliere i programmi, perché qualcuno ha fatto il palinsesto per noi: la nostra è solo una scelta succedanea. Il degrado della politica deriva anche dalla tv: un tempo magari era noiosa, perché è una cosa seria. Oggi invece è intrattenimento e usa frasi brevi. Ha successo chi si presenta meglio. E poi la tv è una droga: più la vedi e più la vorresti vedere. La tv ci può anche essere nella vita di una persona: basta ci siano altre cose! Teniamo però presente che il potere dei media è più forte di noi. Pertanto è preferibile allontanare i bambini dalla tv, invece di alfabetizzarli ad essa. Altrimenti si cade nel trabocchetto di Gori e ne diventiamo schiavi. E poi perché spiegare ai bambini come funziona la tv visto che questa è la società dell’usa e getta? Ai più piccoli la tv non serve perché a loro interessa solo la propria realtà circoscritta, non quello che è successo a Gaza. E che senso ha mostrare i documentari del National Geographic sulla foca monaca, se poi non conoscono gli animali che vivono nel loro territorio? Certo: non basta togliere da casa la tv: occorre soprattutto l’educazione. È importante offrire ai bambini qualcosa di vivo, di non mediato da uno schermo».
«Non bisogna comunque smettere – ha asserito Landi – di fare meglio la tv: ad esempio la tv “iperlocale”, di città, di quartiere, addirittura di condominio. Ma dobbiamo lavorare su noi stessi per esserne migliori. Nel 1956 Mac Luhan disse che in realtà una tv migliore non sarebbe più una tv: si tratta dunque di un sogno perduto. In futuro quella generalista, se esisterà ancora, sarà solo una tv per le classi subalterne, per i poveri, per chi non ha altri strumenti. Schiavi tecnologici sono più facilmente i bambini poveri, che non leggono libri e non vanno ad Harvard. Per loro l’I-pod ha un’importanza stratosferica. Sono proprio questi gli iper-consumatori, con l’abbonamento a Sky, la play-station e gli accessori firmati, quelli che non riescono a resistere alle sollecitazioni. Sono i più sovraesposti e i più abbandonati a se stessi. Più si è poveri più si è preda del consumismo. Fare acquisti è una cosa fantastica, ma la bulimia consumistica è un circolo vizioso».
«Ormai – ha affermato Landi – i giovani usano un gergo, parlano per grugniti e risatine. Non riescono più nemmeno a riconoscere la bellezza. In una scuola ho chiesto agli alunni che alzasse la mano chi non aveva il telefonino: non l’ha alzata nessuno. Alla fine una bambina è venuta a dirmi che lei non ce l’ha, ma che si era vergognata di dirlo. Dare il cellulare in mano a un bambino è pericoloso. Qualche genitore mi ha detto: “Non mando più mio figlio al parco perché ci sono i pedofili; lo mando invece al centro commerciale”. A parte che, per fortuna, i pedofili sono pochissimi, il centro commerciale mi sembra francamente più pericoloso! Ma ormai i bambini non scendono più neanche nel cortile del condominio, perché è vietato giocare… Alcuni genitori si preoccupano che il niente possa occupare le vite dei loro figli quando solo soli a casa. Allora risolvono il problema lasciando che guardino la tv. Una risposta potrebbe venirci dal passato: negli anni ’50 un alunno di una scuola elementare vicino a Firenze raccontò in un tema che, mentre era solo a casa, si era messo a osservare le formiche che si muovevano sul davanzale della finestra...».
Qualcuno del pubblico ha fra l’altro lamentato come la RAI, pur riscuotendo il canone dai cittadini, continui a diffondere la pubblicità su tutte e tre le sue reti in chiaro, venendo meno alla funzione di Paolo Landi - "La pubblicità non è una cosa da bambini"servizio pubblico. Inoltre ha sostenuto che, per distogliere i bambini dalla tv e dagli altri mezzi tecnologici, bisognerebbe offrire loro un ambiente più accogliente, pulito e gradevole, dove potersi incontrare per giocare assieme, mentre oggi vie e piazze delle città sono ridotte a pericolose autopiste o a parcheggi a cielo aperto, con aria malsana e pochissimi spazi verdi.

Leggi le Ultime Notizie >>>