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Notizie > Incontri > 02 Aprile 2009

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“Rimuovere” la sconfitta per dimenticare la punizione subita

di Paolo Radivo

Venezia Giulia 1924-1975

Trieste (TS) - Sono stati presentati nel pomeriggio di lunedì 30 marzo al Circolo della Stampa in corso Italia 13 a Trieste gli atti del convegno “La sconfitta rimossa: 1947-2007 - A sessant’anni dal Trattato di Pace”, svoltosi nel febbraio 2007 presso la locale Camera di Commercio su iniziativa dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI).
Il volume, di 96 pagine, curato dal direttore dell’IRCI Piero Delbello e dal docente e storico triestino Roberto Spazzali, riporta l’introduzione di Delbello e le nove relazioni di allora: quella dell’ex diplomatico, alto funzionario dello Stato e docente universitario Luigi Vittorio Ferraris su «Un trattato di pace preventivo o punitivo?»; quella del docente universitario e scrittore Giulio Vignoli su «Rettifiche confinarie, mutilazioni territoriali, cessioni coloniali: da Briga a Fiume, da Asmara a Rodi»; quella del docente universitario e scrittore Antongiulio de’ Robertis su «La sorte della “Marca Giuliana” nella diplomazia della Seconda Guerra Mondiale. La Cortina di Ferro sull’Adriatico»; quella del docente universitario e scrittore Antonello Biagini su «Il Trattato di Pace a fondamento dei lavori della Costituente»; quella della direttrice dell’Archivio di Stato di Trieste e docente Grazia Tatò su «Dopo il Trattato di Pace: la Venezia Giulia attraverso le fonti dell’Archivio di Stato di Trieste»; quello del prof. Roberto Spazzali su «La rimozione di una sconfitta: il Trattato di Pace e le sue conseguenze nell’editoria scolastica»; quella dell’esule rovignese, scrittore ed ex politico Gianni Giuricin su «Il plebiscito a Parigi e Copenaghen»; e infine quella dell’esule capodistriano, giornalista ed ex politico Giorgio Cesare su «L’azione del CLN dell’Istria e il problema dell’Esodo». A ciò si aggiungono alcune significative foto d’epoca, cartine illustranti le amputazioni territoriali a favore di Francia e Jugoslavia e le (poco note) richieste austriache sull’Alto Adige orientale.
Nel convegno si parlò di «rimozione» della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale perché la Nazione e la sua classe dirigente politica e intellettuale avevano velocemente dimenticato che la Conferenza della Pace di Parigi (29 luglio - 15 ottobre 1946) fu in realtà un tribunale dove l’Italia fu trattata da paese nemico sconfitto, da imputato privo della possibilità di difendersi, e dove i 21 paesi accusatori svolsero anche la funzione di giudici. Il “trattato” che ne derivò dopo alcune “limature” compiute dalle quattro “Grandi Potenze” (USA, URSS, Regno Unito e Francia) fu una sentenza di condanna inappellabile che impose all’Italia mutilazioni territoriali al confine orientale e occidentale, la perdita delle colonie e di alcuni benefici prima goduti oltre mare, condizionanti obblighi politici, pesanti restrizioni militari e cospicue riparazioni economiche ai paesi aggrediti.
Al Circolo della Stampa Tito Favaretto ha in particolare messo a confronto le relazioni di Luigi Vittorio Ferraris e Antonello Biagini.
Secondo Ferraris, quello firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 non fu neppure un “trattato” nel vero senso della parola «perché imposto senza possibilità di negoziato». Fu invece un “diktat” «punitivo sotto ogni angolo visuale»: in primo luogo «nelle disposizioni territoriali, che sottraevano all’Italia città da sempre a maggioranza italiana, oltre alle correzioni di frontiera al confine con la Francia, dettate da brame economiche con risibili pretesti etnico-culturali». «Una amputazione territoriale che – aggiunse – non poteva trovare altra giustificazione se non nella spada di Brenno del vincitore o nella ritorsione contro gli errori commessi dall’Italia fra il 1941 e il 1943 con la altrettanto ingiustificabile annessione della provincia di Lubiana. Erano punitive le clausole finanziarie e ancor più quelle umilianti nel settore militare. Erano punitive e ancora una volta umilianti nel ritenere necessario all’articolo 15 di imporre la democrazia e i diritti dell’uomo, quasi che l’Italia non fosse in grado di garantirli adeguatamente dopo aver avuto ragione, aspramente lottando, di una autocrazia illiberale. Un caso evidente, sanzionato in un trattato, di “esportazione” della democrazia mediante l’uso della forza, prima delle armi e poi della diplomazia del diktat». Democrazia e diritti umani che l’Italia allora già rispettava, ma che paradossalmente venivano imposti anche da alcuni paesi del blocco sovietico, i quali invece li violavano senza ritegno.
«Il rovesciamento del regime fascista e – osservò ancora Ferraris – la partecipazione attiva alla guerra contro il Terzo Reich a partire dal settembre 1943, sia con un esercito regolare, osteggiato a lungo dagli Alleati, sia con la Resistenza, a sua volta guardata con sospetto benché egualmente sostenuta, sono stati atti italiani autonomi, che non hanno peraltro trovato adeguato riconoscimento. […] È vero che, nel preambolo del Trattato, si riconosce che forze armate italiane “presero parte attiva alla guerra contro la Germania”, tuttavia con poca influenza sul giudizio sull’Italia e sulle sue colpe passate. L’Italia rimaneva in primo luogo […] un ex-nemico, tardivamente pentitosi o meglio, secondo la sensibilità di allora degli Alleati, costretto a pentirsi delle sconfitte militari e dell’invasione. Qualunque fossero i sacrifici subiti dopo il 1943 (con caduti non molto inferiori in numero a quelli degli Alleati nel loro complesso nella campagna d’Italia), il Trattato di Pace non poteva non essere la rivalsa contro un nemico di tre anni e contro un complice dell’aggressione (in specie poi contro la Francia, ma anche contro gli Stati Uniti, ai quali con inconcepibile leggerezza ed incautamente fu dichiarata guerra nel 1941). Inoltre l’uscita dal fascismo e dalla guerra era stata condotta in modo così confuso e sul piano ideale così poco dignitoso che sarebbe stato impossibile per gli Alleati leggere nelle decisioni italiane una resipiscenza dei propri errori e non piuttosto un espediente opportunistico per evitare conseguenze ancor più catastrofiche».
«Come quindi – argomentò ancora Ferraris – non comprendere nel clima di una guerra feroce l’altezzosità sino al disprezzo verso l’Italia inchiodata alle sue colpe passate e appesantita dal suo comportamento, facilmente e banalmente definito machiavellico e poco onesto? Su questo sfondo si spiega, benché non si giustifichi, una durezza nel ’47 superflua o comunque superata dagli eventi. […] Il Trattato doveva servire esclusivamente gli interessi dei vincitori. […] Il Trattato di Pace e il modo inurbano con il quale De Gasperi fu trattato quando espose le ragioni italiane erano quindi tutti strumenti per umiliare, al di là del necessario, un paese certo vinto sul campo di battaglia, ma che possedeva forze morali dimostrate appunto dalla Resistenza e dalla capacità di riprendere una vita di libertà, impegno che fra il 1946 e il 1947 era preferibile ignorare in modo da poter costringere l’Italia in un alveo di subalternità o di marginalità».
«Nel clima del 1946-1947 la firma e la ratifica assumevano la valenza di un passaggio obbligato, cui doveva però seguire come obiettivo urgente e irrinunciabile la revisione del Trattato in tutte le sue clausole, salvo quelle definitive (Istria e correzioni di frontiera con la Francia, oltre la perdita dei possedimenti coloniali)». La “questione di Trieste”, rimasta aperta, venne poi risolta, sia pure in modo «non soddisfacente». «Se la sottrazione di ogni presenza in Africa, salvo il premio di modesta consolazione dell’Amministrazione Fiduciaria della Somalia, è risultata essere una fortuna, poiché gli altri paesi coloniali furono costretti ad abbandonare comunque le loro colonie, occorreva rivedere le clausole economiche, che presto vennero compensate con l’aiuto sostanzioso degli Stati Uniti del Piano Marshall. […] La revisione delle clausole militari, avvenuta di fatto e in prosieguo di tempo, dà la misura di quanto il sacrificio di accettazione di un ingiusto trattato abbia alla fine avuto funzione di preveggenza».
«Dopo il 1947 – affermò Ferraris – occorreva rientrare nel gioco internazionale perché l’Italia fosse considerata membro a pieno titolo e a piena dignità della comunità internazionale. […] il Trattato di pace era la tessera d’ingresso e poteva essere interpretato come la chiusura del passato, negativo, e l’apertura del futuro promettente. […] Soltanto la rimozione del contenzioso negativo della storia recente […] poteva consentire all’Italia di riprendere un suo cammino. Non poteva non essere di avvicinamento agli Stati Uniti, l’unica delle potenze che, sebbene con tentennamenti e incertezze, avesse dimostrato comprensione o maggiore flessibilità nei confronti italiani. […] La scelta detta occidentale […] e la scelta per la costruzione di una Europa unita, riconciliata e in pace con se stessa e con gli altri, andavano di pari passo. L’Italia metteva al servizio dell’Europa il suo capitale geopolitico per ottenere di veder riconosciuto un suo peso specifico. […] L’Italia […] si redime con l’adesione [nel 1949] all’Alleanza Atlantica […] quale membro fondatore. […] L’Italia cessava di essere la nazione emarginata e vinta, sconfitta e umiliata dal Trattato di Pace per entrare in un’alleanza alla pari di altre potenze molto più grandi e forti o facenti parte del gruppo dei vincitori. L’Italia rientrava nel novero degli Stati che avevano diritto di cittadinanza […]. Il Trattato di pace era superato. Lo si voleva dimenticare o meglio lo si poteva dimenticare ed archiviare. L’Italia non era più l’ex-nemico sconfitto da punire. […] Da quel momento infausto […] l’Italia […] ha potuto e saputo seguire un suo tracciato di politica estera nei limiti delle sue capacità oggettive. Non autonoma, ma coerente ai propri interessi».
Antonello Biagini, pur definendo il trattato un «“passaggio obbligato” per la ricostruzione del Paese», non assolse però la nostra classe dirigente, sostenendo che la storia del confine orientale rappresenta «il paradigma dell’intera politica estera italiana dall’Unità ai giorni nostri, ricca di tatticismi – anche positivi nel breve periodo – e assolutamente carente di strategie di ampio respiro». A suo giudizio, «una società poco coesa, che non ha saputo o voluto elaborare e fare propria una cultura autenticamente “laica e liberale”, che ha espresso molti politici – anche abili – e pochi statisti, che ha prodotto, ancor prima del capitalismo di stato di staliniana memoria, un capitalismo “assistito” tale per cui il così detto rischio d’impresa, e dunque le regole del mercato, valgono solo nell’acquisizione degli utili, una società fortemente e istericamente dilaniata da ideologie dogmatiche, non poteva produrre nulla di più e nulla di meglio». «Il trauma della sconfitta, il crollo del regime fascista prima e della sua rappresentazione (la Repubblica di Salò) dopo, la necessità di ricostruire in fretta il Paese – politicamente (democrazia, sistema parlamentare, repubblica, ecc.) ed economicamente – hanno reso meno problematico per l’opinione pubblica il problema della perdita di territori per i quali qualche decennio prima si era pure combattuto e lottato». Dopo il ritorno di Trieste all’Italia nel 1954, la stessa opinione pubblica, «nella sua maggioranza, finirà ben presto per perdere interesse su una vicenda che assumerà quasi un carattere “locale”»; «le grandi forze politiche nazionali (sia pure per opposti interessi) applicheranno una sorta di silenziatore sulle conseguenze (esodo di massa… oggi si denomina “pulizia etnica”) e più in generale il “confine orientale” diviene – tra la generale distrazione – un importante elemento strategico nel sistema difensivo dell’Alleanza Atlantica».
Guardando il problema da un’ottica storica più ampia, Biagini affermò che dopo la Prima Guerra Mondiale «l’Italia, potenza vincitrice, non riuscì – per inerzia, incapacità e quant’altro – ad imporre una propria linea politica, un progetto politico complessivo». «Non riuscì, l’Italia, ad impedire la costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Jugoslavia), adottò una politica miserevole nei confronti di quelle forze che si opponevano all’annessione del Montenegro al nuovo stato e ottenne territori pure importanti (Alto Adige, Istria e Dalmazia) nell’ambito di quelli che costituiscono normalmente gli “interessi nazionali”, che tuttavia non divennero mai un patrimonio collettivo». «Dopo la Seconda Guerra Mondiale il cedimento non fu solo territoriale (inevitabile per un Paese sconfitto), ma anche, e soprattutto, sul piano della dignità e dei principi: il Trattato di Osimo esaltato, in verità nella quasi totale indifferenza della così detta opinione pubblica, come un elevato prodotto della diplomazia, rappresenta piuttosto il punto finale di una “svendita” senza precedenti nella storia dei rapporti tra Stati».
Sottolineando l’importanza strategico-militare della Jugoslavia “non allineata” per la NATO, Tito Favaretto ha ricordato come nel 1973, all’inizio della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, un importante diplomatico gli avesse chiesto se, a suo giudizio, sarebbe stato meglio cedere la Zona B prima o dopo la morte di Tito. Nel 1975, terminata da pochi mesi la Conferenza, venne firmato il Trattato di Osimo con l’obiettivo dichiarato della stabilizzazione europea. All’epoca poi del disfacimento della Jugoslavia, il governo italiano perse l’occasione di rinegoziare Osimo quale contropartita per il riconoscimento di Slovenia e Croazia. Per giunta, nel pieno della bufera di Tangentopoli, l’8 settembre (data fatale!) 1992 accettò «con soddisfazione» il subentro “gratuito” della Slovenia in 50 trattati italo-jugoslavi, tra cui quello di Osimo. Analoghe rinunce a far valere i propri diritti e interessi sono poi avvenute con le procedure di associazione e adesione di Slovenia e Croazia all’Unione Europea. Secondo Favaretto, la domanda da porsi è: visti i condizionamenti euro-atlantici, come ha sfruttato l’Italia i suoi spazi di manovra in politica estera?
Roberto Spazzali ha fra l’altro ricordato le fortissime pressioni internazionali jugoslave negli anni ’30 per una revisione dei confini con l’Italia, la bocciatura di tutte le osservazioni italiane alla Conferenza della Pace, la condiscendenza italiana verso la Francia per Tenda e Briga non ripagata con un ammorbidimento francese sul confine orientale, il timore italiano di perdere non solo l’Alto Adige, ma anche la già autonoma Sicilia nel caso di un plebiscito nella Venezia Giulia, nonché l’esistenza fin dagli anni ’50 di un trattato con la Libia per la rifusione dei danni che Gheddafi stracciò salvo ora ottenere dall’Italia nuovi risarcimenti. Spazzali ha definito la Jugoslavia uno «Stato cuscinetto» tra Est e Ovest che perse la sua funzione dopo la caduta della Cortina di Ferro. «Per Slovenia e Croazia il Trattato di Pace e quello di Osimo hanno un’importanza fondamentale, per la Slovenia addirittura fondativa. Per l’Italia no. L’abilità diplomatica slava è stata notevole anche nel saper cogliere i momenti di debolezza della politica interna italiana».
Favaretto ha fatto presente come nella Federativa le singole Repubbliche avessero diritto di veto sulla politica estera, ragion per cui a occuparsi delle questioni con l’Italia era chi le conosceva bene. All’opposto da parte italiana l’impreparazione era spesso la regola. Addirittura – ha rammentato Livio Dorigo – nel 1946 i polesani dovettero fare una colletta per mandare alla Conferenza della Pace i rappresentanti del proprio CLN, mentre poi – ha aggiunto Spazzali – il capo della delegazione italiana Giuseppe Saragat decurtò i fondi ai delegati giuliani costringendoli a rientrare prima del previsto.
A pagina 36 degli atti è pubblicato un inedito: il telegramma inviato il 14 agosto 1946 al CLN di Pola dal suo rappresentante a Parigi avv. Franco Amoroso. Il documento, che appartiene all’archivio del CLN di Pola, è ora conservato presso l’IRCI. Nel breve testo, scritto due giorni dopo l’inizio degli incontri tra la delegazione giuliana e quella italiana, Amoroso lamentava di essere «rimasto solo sostenere nostra linea difesa», ovvero l’allargamento del previsto Territorio Libero di Trieste all’intera fascia compresa fra il confine italo-austriaco del 1866 e la linea Wilson, con eventuale plebiscito. «Continuo lotta – aggiungeva Amoroso – condizioni difficili causa posizioni preminenti Deberti Bettiol»: con ciò intendeva l’ostilità soprattutto di un altro rappresentante di Pola, l’on. Antonio De Berti, e del rappresentante goriziano on. Giuseppe Bettiol. Il governo De Gasperi, che i due parlamentari sostenevano, fece della conflittualità interna alla delegazione giuliana a Parigi un comodo alibi per delegittimarla e negarle ascolto, agendo di testa propria.

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