Oggi Notizie Cultura
Cerca in
Cerca in

Notizie > Incontri > 01 Marzo 2009

Bookmark and Share

Alla Sala Baroncini il convegno “La pace impossibile. A 90 anni dal Trattato di Saint-Germain”

di Paolo Radivo

i cambiamenti nei territori dell'ex Impero austro-ungarico dopo la Prima guerra mondiale

Trieste (TS) - “La pace impossibile. A 90 anni dal Trattato di Saint-Germain”. È questo il titolo del convegno svoltosi nei pomeriggi di giovedì 26 e venerdì 27 febbraio nella sala “Baroncini” delle Assicurazioni Generali in via Trento 8, a Trieste, su iniziativa dell’associazione culturale “Gens Adriae” e in collaborazione con l’Istituto Italiano di Grafologia. Gli argomenti dibattuti sono stati politici, militari ed economici, ma anche linguistici e sanitari.

Premettiamo che il 4 novembre 1918 venne firmato a Villa Giusti tra il Regno d’Italia e l’Impero asburgico un armistizio, ovvero una sospensione temporanea delle ostilità. Dopo lunghe trattative a Versailles, il 10 settembre 1919 i paesi usciti vincitori dalla Prima guerra mondiale (in primo luogo la Repubblica Francese, il Regno Unito, gli Stati Uniti d’America, il Regno d’Italia e l’Impero del Giappone) firmarono a Saint-Germain-en-Laye (località vicino a Parigi) un trattato con il quale sancirono la spartizione dei territori appartenenti al cessato Impero d’Austria e imposero alcune condizioni alla Repubblica dell’Austria Tedesca fondata il 12 novembre 1918. Questo importante accordo di pace viene in genere sinteticamente ricordato come Trattato di Saint-Germain.
I 4 “Grandi” stabilirono che il nuovo Stato sorto dalle ceneri dell’Impero d’Austria avrebbe dovuto mutare nome in “Repubblica d’Austria”, che non avrebbe potuto essere annesso alla Germania, che avrebbe risarcito i danni ai paesi vincitori, che avrebbe avuto un esercito professionale di soli 30.000 uomini, senza più ricorso alla leva obbligatoria, e che le sue fabbriche d’armi sarebbero state distrutte.

Alla Repubblica Cecoslovacca furono assegnate la Boemia, la Moravia e alcuni comuni della Bassa Austria; al Regno d’Italia furono trasferiti il Trentino, l’Alto Adige e la Val Canale (per la fissazione del confine orientale italiano ci vorranno i successivi trattati italo-jugoslavi di Rapallo e di Roma); al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS) furono invece assegnate quasi tutta la Carniola, la bassa Stiria, la Carinzia sud-orientale e (in linea di principio) gran parte della Dalmazia. Alla Repubblica d’Austria andò tuttavia la fascia più orientale dell’ex Regno d’Ungheria (poi chiamata Burgenland), mentre si decise la convocazione di un plebiscito nella Carinzia meridionale per consentire agli abitanti di decidere tra Repubblica d’Austria e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il Trattato di Saint-Germain riguardò solo la parte austriaca del cessato Impero asburgico, mentre dei territori appartenenti all’ex Regno d’Ungheria le potenze vincitrici disposero definitivamente con il Trattato del Trianon firmato il 4 giugno 1920. Neppure quello però affrontò la questione di Fiume, che dell’Ungheria aveva fatto parte come “Corpo separato” e di cui alla fine decisero bilateralmente Italia e Regno SHS in due fasi successive.

L’intero convegno è stato moderato da Oscar Venturini. «Solo con il Trattato di Saint-Germain – ha detto giovedì pomeriggio in apertura dei lavori – si può parlare di inizio della pace, sebbene questa pace sia stata all’origine di nuove turbolenze. Da allora sono passati 90 anni. Durante le iniziative svoltesi nel 2008 si è detto tutto sulla “Grande guerra”: i 10 milioni di morti, i 20 milioni di feriti, i 6 milioni di mutilati, i 270 miliardi di dollari di allora che costò alla collettività. Si è parlato della gioia delle popolazioni redente, in particolare di quelle di Trieste e Gorizia. Poco si è detto invece del 1919, delle conseguenze della guerra, delle speranze nel futuro, dei rimpianti, delle delusioni». Ecco dunque spiegata la ragione di questo convegno, che fa seguito al progetto “La storia come strumento di pace” svoltosi nel 2007.

La prima, densa relazione è stata tenuta dal triestino Fulvio Salimbeni, docente di storia contemporanea all’Università di Udine.
«Se – ha esordito – i combattimenti cessarono per l’Italia il 4 novembre 1918 e per la Germania una settimana dopo, l’11 novembre, ciò non significa che la guerra sia veramente finita allora. Le conseguenze politiche, economiche e sociali dirette si esaurirono appena alla metà degli anni ’20, mentre quelle indirette le stiamo ancora scontando: vedi la questione mediorientale. La conclusione formale della guerra fra le grandi potenze coinvolte lasciò molti problemi aperti. L’impresa dannunziana del settembre 1919 è proprio una delle conseguenze principali del Trattato di Saint-Germain. La crisi di Fiume non fu l’unica nell’Europa centro-orientale, dove allora proliferarono altri focolai di tensione internazionale». Fra questi il professore ha citato la guerra tra il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e la Repubblica dell’Austria Tedesca per i confini in Carinzia, la guerra tra Romania e Ungheria per la Transilvania e altre zone contese come il Banato e il Maramures, la lotta dei Freikorps anti-comunisti tedeschi nei paesi baltici di nuova indipendenza, la guerra tra Polonia e Russia per la Bielorussia e l’Ucraina, nonché la guerra tra Grecia e Turchia per le coste anatoliche dell’Egeo.

«Nella Carinzia meridionale – ha sottolineato Salimbeni – ancora oggi monumenti e cippi ricordano gli austriaci caduti combattendo contro l’invasione jugoslava. Rimase invece al Regno SHS Maribor, la tedesca Marburg, città attorniata da una campagna slovena. Allora l’Italia, che era stata nemica dell’Austria, appoggiò quest’ultima mandandole consiglieri militari e rifornimenti d’armi. L’affermazione jugoslava infatti avrebbe intralciato i progetti italiani di espansione imperiale nei Balcani. Con la scusa poi di riportare l’ordine in Ungheria, sottoposta al governo “sovietico” di Bela Kun, l’esercito romeno invase la Transilvania e marciò su Budapest favorendo l’arrivo al potere dell’ammiraglio Horthy, che instaurò un regime formalmente democratico, ma in realtà semi-autoritario. Poco nota è anche la guerra che in Estonia, Lettonia e Lituania oppose i Freikorps ai rivoluzionari».

«Il conflitto maggiore di quel periodo – ha precisato Salimbeni – fu tra Polonia e Russia. I polacchi sfruttarono il caos seguito alla rivoluzione dell’ottobre 1917 entrando in Ucraina e Bielorussia per riconquistare i territori che nel 1500 e 1600 avevano fatto parte del Granducato di Lituania - Regno di Polonia. Inizialmente le operazioni militari andarono bene per i polacchi, ma poi l’esercito sovietico guidato da Trotzkij, all’insegna di motivazioni nazionali, arrivò fino a Varsavia. La Polonia era stata incitata a intervenire dagli occidentali e in particolare dalla Francia che, pur essendo una tradizionale alleata della Russia, aiutò l’esercito polacco a resistere. Si giunse a una pace di compromesso che tolse alla Polonia quasi tutti i territori conquistati a est. In Germania sorsero dopo la fine della guerra alcune repubbliche bolsceviche, represse nel sangue. Quella instaurata in Slovacchia fu di breve durata perché stroncata dal governo cecoslovacco».

«La guerra greco-turca – ha affermato il professore – fu analoga a quella polacco-russa. Il Regno di Grecia volle sfruttare la catastrofe dell’Impero ottomano per annettere le città a maggioranza greca dell’Anatolia. Le truppe greche giunsero fino alle porte di Ankara, ma poi dovettero fare i conti con Mustafà Kemal (il futuro Atatürk), che riorganizzò l’esercito, riconquistò Smirne, la diede alle fiamme, fece massacrare 30.000 greci e riservò un analogo trattamento alle altre città greche anatoliche, come prima era stato fatto con i territori armeni. Kemal, formatosi nelle accademie occidentali, applicò il criterio nazionale che vi aveva appreso e che prevedeva l’estirpazione delle minoranze. I greci fecero lo stesso in Tessaglia con la minoranza turca e poi si arrivò alla pace di Losanna, che previde uno scambio di popolazioni, come si trattasse di bestiame... I turchi espulsi dalla Grecia andarono a occupare i territori lasciati dai greci in Turchia e viceversa».

«Tutto ciò – ha evidenziato Salimbeni – era in contrasto con i principi della Società delle Nazioni, peraltro indebolita dalla mancata adesione degli USA. George Orwell diceva che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Così la stessa Società delle Nazioni esonerò Gran Bretagna, Francia e Italia dall’applicare la normativa sulle minoranze nazionali. In caso di violazioni nessuna sanzione poteva essere comminata perché erano paesi vincitori. Gli altri Stati erano sì vincolati, ma la Società non aveva i mezzi per attuare le sanzioni. Di conseguenza la peggiore persecuzione delle minoranze avvenne proprio fra le due guerre. La Cecoslovacchia tenne il comportamento più vessatorio verso le proprie: in primo luogo tedeschi e ungheresi. Hitler ebbe poi buon gioco ad annettersi i Sudeti giocando sui conflitti nazionali. Come disse lo storico Arnold Toynbee in alcune conversazioni radiofoniche degli anni ’50 su “Il mondo e l’Occidente” ora disponibili anche in italiano, la catastrofe derivò dall’applicazione insensata del principio dello Stato nazionale. Questo fu vero soprattutto nei Balcani, dove vi era una molteplicità di minoranze, che non venivano considerate né una ricchezza, né un ponte, né un luogo di mediazione, ma una quinta colonna di altri Stati, da assimilare o estirpare. Ne derivarono esodi e vessazioni. Anche il Regno di Jugoslavia trattò male le proprie minoranze austriache, italiane e ungheresi».
«Nel 1919 – ha osservato Salimbeni – l’economista John Maynard Keynes si dimise dalla missione inglese a Versailles per protesta contro la pace “cartaginese” imposta alla Germania, che non avrebbe mai potuto farvi fronte. Poco dopo scrisse “Le conseguenze economiche della pace”, uno dei libri più intelligenti e lungimiranti sull’argomento, che coglie le implicazioni della pace punitiva vedendola come preparazione di una nuova e più spaventosa guerra, la quale avrebbe spazzato via l’Europa. Nel testo si trovano dei ritratti magnifici della pochezza di Clemenceau, Lloyd George e Wilson. Gli italiani non compaiono perché ritenuti ininfluenti. Anche il francese Briand si dimise dalla propria delegazione per protesta contro la follia di Versailles e Saint-Germain, i primi trattati per i quali vincitori e vinti non si erano seduti entrambi al tavolo della pace. Perfino al Congresso di Vienna del 1815 la Francia sconfitta era stata presente con Talleyrand. Ora invece gli sconfitti dovevano solo chinare il capo. Il giurista Carl Schmitt parlò di “fine del sistema westfalico”, che per secoli aveva considerato tutte le potenze europee uguali in una logica di equilibrio. Nel 1919 si diede vita per la prima volta a una pace punitiva, frutto di una guerra considerata una crociata della civiltà contro la barbarie, del bene contro il male. E, visto che il male e la barbarie vanno solo puniti, non dovevano nemmeno avere diritto di parola».

«La Prima guerra mondiale – ha dichiarato Salimbeni – fu una catastrofe che chiuse un’era e una civiltà, dando inizio al “secolo breve”, il ’900, perché ruppe con il passato. I successivi trattati non portarono a una vera pace, ma a una nuova e più spaventosa guerra, nonché al declino dell’Europa, che divenne comprimaria prima degli Stati Uniti e poi anche dell’Unione Sovietica. Però la Prima guerra mondiale produsse anche effetti positivi: in primo luogo il movimento pacifista e quello europeista. Nel 1923 uscì il manifesto intitolato «Pan-Europa», nome di un movimento politico tuttora esistente. E Stefan Zweig scrisse una raccolta di saggi europeisti e pacifisti: “La patria comune del cuore”. Il bilancio dunque non è del tutto negativo».

«Il problema di Fiume – ha detto il professore rispondendo a una domanda del pubblico – era sorto perché il Patto di Londra del 1915 non parlava di quella città. L’Italia non l’aveva chiesta come condizione per entrare in guerra a fianco dell’Intesa, in quanto all’Austria-Ungheria bisognava pur lasciare uno sfogo sul mare. Nessuno voleva infatti la scomparsa dell’Impero, ritenuto un elemento equilibratore in quella parte d’Europa. Inoltre si sperava che, non parlando di Fiume, gli ungheresi sarebbero stati più malleabili. Ma il crollo della monarchia spiazzò tutti, cambiando le regole del gioco. Gli italiani della città, che storicamente erano stati più autonomisti che irredentisti, chiesero l’annessione all’Italia mediante un libero plebiscito. Fiume era in maggioranza italiana, ma vi era anche una componente ungherese, croata, slovena ed ebraica. Quello di Leo Valiani fu un caso tipico. La sua era una famiglia ebraica di origini tedesche (si chiamava Walzen), ma di sentimenti italiani, tanto che dopo la guerra italianizzò il cognome. La governante era croata. In casa si parlavano così 4-5 lingue. Gli Stati nazionali hanno cancellato questa ricchezza».

«Dopo il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 – ha spiegato Salimbeni – il presidente del Consiglio Giolitti voleva chiudere la partita del confine orientale. Se la questione di Fiume fosse rimasta aperta con la presenza dei legionari dannunziani, il Regno SHS avrebbe potuto mandare truppe e ciò avrebbe determinato una crisi internazionale gravissima. Gran Bretagna e Francia non erano favorevoli all’espansione dell’Italia nei Balcani, mentre il presidente americano Wilson era apertamente pro-jugoslavo. E l’Italia aveva dei debiti verso gli Stati Uniti. Inoltre la popolazione della Dalmazia, eccetto Zara, era in schiacciante maggioranza croata e serba. Impuntarsi sarebbe stato assurdo e pericoloso. Peraltro all’Italia fu affidata una forma di tutela sull’Albania che le garantì il controllo dell’Adriatico. Già nel 1916 Gaetano Salvemini si disse contrario all’annessione di tutta la Dalmazia perché avrebbe compromesso i rapporti coi serbi e creato problemi enormi di gestione delle minoranze. Giolitti, che sperava in un’intesa con gli jugoslavi per una pacifica convivenza, fece alcuni tentativi per convincere d’Annunzio, rivelatisi vani. Riuscì invece a persuadere Mussolini a lasciare d’Annunzio al suo destino in cambio di un sostegno politico e di congrui finanziamenti al “Popolo d’Italia”. Pertanto il gruppo parlamentare fascista votò a favore di Rapallo. Con d’Annunzio Giolitti usò le maniere forti. La squadra navale colpì il palazzo del governo e altri edifici del centro, mentre le truppe terrestri oltrepassarono la linea divisoria. Di fronte al rischio di una guerra civile d’Annunzio scese a patti. Così ai primi di gennaio del 1921 gli fu consentito di ritirarsi e a tutti i legionari fu garantita l’incolumità. Alcuni di costoro poi divennero fascisti, altri (come De Ambris, che morì in esilio) apertamente antifascisti. D’altronde fra i legionari c’era di tutto: dai monarchici ai repubblicani, dagli utopisti ai pragmatici. La questione di Fiume fu poi risolta con gli accordi di Roma e Nettuno e con il patto di amicizia Mussolini-Pasic».
Sempre rispondendo a domande del pubblico, Salimbeni ha quindi trattato anche altri temi.

«Durante la Prima guerra mondiale – ha fatto presente – la Germania riuscì a rifornirsi di combustibile, nonostante il blocco navale dell’Adriatico compiuto dall’Intesa, grazie alle miniere di carbone della Ruhr, della Pomerania e della Slesia, alla pianificazione statale dell’economia compiuta da Walter Rathenau, al razionamento dei consumi e alla linea ferroviaria Berlino-Baghdad, che consentiva l’approvvigionamento di petrolio attraverso l’Impero Ottomano, la Bulgaria e l’Austria-Ungheria. Le prime prospezioni in Iraq risalgono agli inizi del ’900. Nel 1915 gli inglesi sbarcarono in Mesopotamia, ma vennero fermati dai turchi guidati da consiglieri tedeschi. Non a caso dopo la guerra la Gran Bretagna ottenne il mandato fiduciario sull’Iraq, dove c’era il petrolio. E il governo americano diede ordine alle “sette sorelle” di occuparsi dell’Iraq. La Repubblica di Weimar riconobbe l’Unione Sovietica a Rapallo prima di ogni altro Stato del mondo, seguita poco dopo dall’Italia di Mussolini. Negli anni ’20 tra la Germania e l’URSS furono stipulati sottobanco accordi militari ed economici per aggirare le clausole di Versailles. L’URSS forniva alla Germania materie prime e offriva i propri campi militari dell’Ucraina per l’addestramento della Reichswehr. In cambio i tedeschi mandavano tecnici e consulenti, tanto che nel 1930-31 Mosca pullulava di ingegneri tedeschi, oltre che americani. Hitler mantenne tali accordi».

Sollecitato da un’altra domanda, il professore ha spiegato che le “serate al caminetto” del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, trasmesse via radio e riprese dai cinegiornali, erano state studiate da esperti della comunicazione. «Il loro scopo – ha precisato – era di ispirare fiducia e sicurezza agli americani, anche al di là del contenuti dei discorsi. Negli USA degli anni ’20 e ’30 il cinema ebbe un’importante funzione sia di denuncia sociale sia di invito all’impegno da parte dei cittadini. Gli anni ’30 furono un fondamentale banco di prova delle tecniche di comunicazione di massa. Anche Hitler seppe come servirsene, utilizzando sia le adunate notturne sia i film di Leni Riefenstahl per eccitare alla rivincita il sentimento nazionale dei tedeschi depresso dalla sconfitta».
Nel suo intervento l’economista Giuseppe Buratti ha definito la Prima guerra mondiale «un delirio imperialistico che ha posto fine all’egemonia europea nella politica e nell’economia mondiali lasciando il passo agli Stati Uniti d’America».

«Keynes – ha ricordato il professore – denunciò il fatto che i trattati di pace non prevedevano alcuna clausola per la rinascita dell’Europa, per il consolidamento degli Stati e neppure per una loro più stretta solidarietà economica. A suo giudizio, impoverendo deliberatamente gli ex Imperi centrali, si sarebbero messi in pericolo la civiltà e il progresso. Poco tempo dopo Nitti sostenne che il sistema dei trattati determinava uno stato di guerra permanente. La “Grande guerra” è stata definita “mondiale” non solo per la sua estensione geografica, ma perché comportò sul piano internazionale uno sforzo economico inaudito consumando ampie aliquote di reddito e porzioni produttive. Una singola battaglia produceva il numero di morti e feriti prima causati da un’intera guerra. La quota della spesa pubblica destinata al settore militare passò dal 5 all’85%. Si determinò un’economia di guerra imperniata sullo Stato, che divenne il primo acquirente di beni e il coordinatore delle attività economiche nazionali attraverso un sistema produttivo chiuso, autarchico. Si arrivò a un tale dirigismo statale, al punto che i rivoluzionari socialisti ritennero che l’era della borghesia fosse finita, mentre lo stesso Lenin nel 1916 affermò che era stato fatto un passo avanti verso il capitalismo di Stato. A quel punto sarebbe bastato sopprimere la proprietà privata dei mezzi di produzione e si sarebbe arrivati al socialismo. In realtà la borghesia non fu sconfitta, ma dopo la fine delle ostilità tutti gli Stati si trovarono in dissesto finanziario, oltre che in gravi condizioni materiali. L’indebitamento interno ed estero a medio e lungo termine era altissimo, mentre l’aumento della circolazione monetaria a corso forzoso non era garantita da risorse».

«Il risanamento finanziario – ha sottolineato Buratti – era impossibile con milioni di smobilitati senza occupazione e con fabbriche e lavoratori da convertire dalla produzione bellica a quella civile. Bisognava garantire le pensioni e i sussidi e calmierare le tariffe. Non rimaneva quindi che stampare moneta. La svalutazione placava momentaneamente i problemi interni, ma impediva la convertibilità monetaria che c’era stata fino al 1913. Questo portò all’anarchia dei cambi. Gran Bretagna e Francia cercarono di tornare al sistema “gold standard” basato sull’oro, ma con metodi protezionistici, strette creditizie e rigori finanziari in netto contrasto con le esigenze sociali. Keynes affermò che era pazzesco inseguire il pareggio del bilancio quando c’erano milioni di disoccupati. Poi infatti anche quei due paesi abbandonarono il “gold standard”. Le tariffe per le importazioni erano proibitive, la stagnazione economica si avvitava su se stessa, gli scambi erano anchilosati e vincolati, la cooperazione internazionale nulla. I primi a “dissociarsi” dopo la Russia furono gli Stati Uniti, che con il presidente Hoover fecero anche una politica doganale devastante. Tutti gli Stati europei erano indebitati verso gli USA, che ebbero la parte del leone nel comprarne le riserve aurifere. La Gran Bretagna cercò di mediare, ma non ottenne grandi vantaggi dagli USA, che la trattarono alla stessa stregua degli altri. Per Gran Bretagna e Francia la situazione fu un po’ migliore grazie alle colonie. Per l’Italia invece fu pesante».

«La crisi economica iniziata nel 1929 – ha aggiunto Buratti – durò fino al 1933: furono 4 anni difficilissimi, una vera guerra che seminò disoccupazione massiccia, distrusse risorse e capacità produttive e causò povertà e panico. Le autorità pubbliche non erano in grado di governare la situazione, travolte com’erano dagli eventi. Il presidente Roosevelt non cambiò moltissimo rispetto a Hoover: infatti continuò l’isolazionismo, ma orientò l’intervento dello Stato sul fronte sociale. Si passò da un liberismo assoluto a un liberismo illuminato. Il dirigismo di Stato permise invece a Hitler di trovare i mezzi per indirizzare l’industria tedesca verso gli armamenti. La Volkswagen fu la prima industria in assoluto a puntare sui prodotti di massa».

Alla ripresa del convegno, venerdì pomeriggio, Livia de Savorgnani Zanmarchi, docente di linguistica e filologia romanza, ha relazionato sulle parole tedesche nel dialetto triestino.
«I prestiti dal tedesco – ha spiegato – sono aumentati fino alla Prima guerra mondiale, per poi decrescere. La comunità tedesca a Trieste, pur presente già dal XIII secolo, cominciò a prendere consistenza solo verso la metà del ’700 e dal primo ’800 divenne la terza componente cittadina. Al suo interno prevalevano le persone originarie della Carinzia, ma vi erano anche quelle provenienti dall’Austria Inferiore (in particolare Vienna) e Superiore, dalla Stiria, dal Tirolo, dalla Baviera e da qualche altro Stato della Germania. C’erano molti antroponimi tedeschi nell’apparato amministrativo, parecchi fra gli operatori di borsa e gli artigiani, come i fabbri, i carpentieri, i lattonieri, i cocchieri, i calzolai, i sellai, nessuno invece nell’agricoltura e molto pochi nella navigazione. Nel 1774 il regolamento scolastico emanato da Maria Teresa impose l’insegnamento del tedesco nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado. Dal 1842 il tedesco fu la lingua di insegnamento nelle secondarie, mentre nelle popolari si utilizzò l’italiano e le altre lingue nazionali. Al censimento del 1880 i parlanti tedesco a Trieste erano 5.141, nel 1900 8.800 e nel 1910 11.856. L’incremento fu costante fino all’inizio della guerra».

«Dal 1885 – ha precisato la professoressa – il dialetto triestino assunse una propria fisionomia stabile molto simile a quella attuale e diversa sia da quella venezianeggiante sia da quella friulaneggiante che l’avevano preceduta. All’interno c’erano moltissime interferenze straniere, tra cui quelle tedesche. Gli irredentisti avevano un atteggiamento puristico verso il dialetto e i loro giornali satirici ridicolizzavano gli stranierismi. Anche Italo Svevo venne accusato di scrivere male, con barbarismi, germanismi e francesismi. D’altronde lui stesso riconobbe di sentire suo solo il dialetto triestino».

La docente ha evidenziato come i prestiti tedeschi del triestino afferiscano a molti campi semantici e come la stessa parola possa rientrare in vari di questi campi.
Numerose sono le parole legate ai mestieri. Alcune oggi non sono più in uso perché i relativi mestieri non esistono più o hanno un ruolo marginale. Così “bubez” (in origine lavoratore straniero venuto a Trieste a costruire la strada ferrata, poi garzone, apprendista) deriva da “Bube” (ragazzo), più un suffisso slavizzante. “Clànfer” (lattoniere, bandaio, stagnino, installatore, idraulico) da “Klempner” (con lo stesso significato). “Cùcer” (cocchiere, vetturino) da “Kutscher”, di origine ungherese. “Sìnter” (accalappiacani) da “Schinder” (scorticatore, carnefice, in quanto tali figure professionali avevano il permesso di togliere la pelle agli animali catturati).

Il campo dell’alimentazione è più ampio. “Chìfel” (cornetto di pane o dolce, ma anche “cornuto”) deriva dal tedesco dialettale “Kipfel” e “Giepfel”. “Chìmel” (cumino, poi passato anche all’italiano) da Kümmel. “Coc” (budino, sufflè) da “Kuchen” (dolce, torta). “Cràfen” (gonfietto, bombolone, termine ora diffuso anche nel resto d’Italia) da “Krapfen”. “Crauti” (cappucci acidi, termine ora passato anche all’italiano) da “Sauerkraut”. “Cren” (rafano) dall’austriaco “Kren”. “Cuguluf” (dolce simile alla focaccia) da “Kugeluf” o “Gugeluf”. “Griès” (semolino) da “Griess” (pronunciato “grìiss”). “Mismàs” (confusione, in origine bevanda a base di vino e gazosa) da “Mischmasch” (miscuglio, guazzabuglio). “Sgnapa” (grappa) da “Schnaps”. “Sluc” (sorso) da “Schluck”. “Smarn” (frittata dolce con l’uvetta) da “Schmarn”. “Snita” (fetta di pane inzuppata nel latte e passata nell’uovo con frutta) da “Schnitte” (fetta). “Snìzel” (scaloppina alla milanese) da “Schnitzel”. “Spriz” (vino con acqua gassata) da “Schpritz”. “Strucolo” o “strudel” (strudel, tortiglione, poi passato anche allo sloveno) da “Strukel” o “Strudel”. “Ua de San Giovani” (ribes) da “Johannisbeere” (dunque un calco).
L’abbigliamento fornisce poche parole tedesche, perché la lingua di riferimento è semmai il francese. Troviamo ad esempio “rùsac” (zaino) da “Rücksack”. “Slinga” (laccio da scarpa) da “Schlinge” (cappio, nodo). “Stras” (brillante artificiale) da “Strass”.
Molti lessemi afferiscono a modelli comportamentali e ad epiteti. “Clonz” (rozzo) da “Klotz” (ceppo, ma anche zoticone). “Cofe” (scimunito) da “Kopfweh” (demente). “Maràntiga” (strega, donna brutta e vecchia) dall’antico tedesco “Mara” (incubo). “Sbàizera” (donna trasandata) da “Schweitzer” (cioè svizzero, in quanto gli svizzeri erano considerati di cattivo gusto nel vestire). “Scalfo” (incapace) dal longobardo “Skalf” (disordinato). “Tartàifen” (indiavolato, tremendo) da “Strauss” (struzzo, dunque goffo) o da “der Teufel” (il diavolo, in austriaco “Tarteifel”, con l’agglutinazione dell’articolo). “Tràiber” (ciarlatano, maldestro, pasticcione) da “Treiber” o “Viehtreiber” (mandriano, zotico). “Tùmbano” (stupido) dall’antico tedesco “tumb” (ora “dumm”).

Ci sono anche verbi di origine tedesca. Così “cucàr” (sbirciare) da “gucken”, da cui “cùcherle” (abbaino) e “Tor Cucherna” (di guardia). “Grampàr” (afferrare) dal gotico “grampfen” (stringere, serrare). “Sbregàr” (strappare) da “brechen” (con la protesi “s” rafforzativa). “Strucàr” (premere) da “drucken” (stampare) o “drücken” (premere, stringere).
Fra gli oggetti di uso comune troviamo “bieco” (toppa) da “Flicken”, da cui deriva anche “flica” (soldo, in quanto nelle guerre risorgimentali le monete metalliche vennero sostituite con banconote che presto si deterioravano). “Chibla” (bugliolo, ma anche brutto berretto) da “Kübel” (recipiente, secchio), passato attraverso lo sloveno. “Clanfa” (ferro di cavallo) da “Klanf”. “Cùfer” (bauletto) da “Koffer”. “Fùter” (scatto d’ira) da “Futter” (pasto, mangime, foraggio). “Lìcof” (bicchierata per l’ultimazione di un tetto; il “licofium” è citato negli statuti triestini del 1350 quale conclusione di un affare con la bevuta di sidro) da “Leichauf” (vendita, locazione). “Placato” (manifesto) da “Plakat”. “Ruc” (passaggio) da “Ruck” (scossa, spostamento, sbalzo). “Sàiba” (rotellina) da “Scheible”. “Sbàif” (freno) da “schbeifen”. “Slepa” (schiaffo) da “Schleppe” (strascico). “Spàcher” o “spargher” (focolare) da “Sparger”. “Viz” (facezia, barzelletta) da “Witz”.
Nella sua relazione Claudio Bevilacqua, accademico lancisiano, ha ricordato come l’Austria abbia lasciato a Trieste ben 7 ospedali pubblici (il “Maggiore”, la “Maddalena”, l’ospedale infantile, il frenocomio, il “Gregoretti”, l’ospedale militare e il “giardino d’infanzia”), più quello della comunità ebraica e il “Sanatorio triestino”, privato. Alcuni di questi non esistono più: la “Maddalena”, il frenocomio, il “Gregoretti”, l’ospedale militare, il “giardino d’infanzia” e l’ospedale ebraico.

«L’“Ospedale Maggiore” o “Civico Ospedale” – ha ricordato – fu costruito fra il 1833 e il 1841 in stile neoclassico sull’esempio di quello viennese. Era un quadrilatero di 192 metri di lunghezza e 152 di larghezza con un giardino interno più grande di piazza San Marco a Venezia. Aveva 84 latrine. La “Maddalena” venne realizzata nel 1897 perché si temeva una recrudescenza del colera, che nell’800 aveva colpito ben 6 volte la città. L’epidemia poi non si verificò e l’ospedale fu destinato agli infettivi e ai tubercolotici. Fu deistituzionalizzato negli ’80 e recentemente smantellato. Dal 1868 al 1938 l’ospedale infantile ebbe sede in via del Bosco, dove oggi si trova la sala dei Testimoni di Geova. Poi fu trasferito in via dell’Istria. L’ospedale psichiatrico venne inaugurato nel 1908. Allora era uno dei più belli d’Europa. È stato chiuso in seguito alla legge 180 del 1978. Il “Gregoretti”, risalente al 1913 e riservato ai cronici, è stato deistituzionalizzato ed è oggi gestito dall’ASS. Il “giardino d’infanzia” di via Manzoni sorse per i lattanti ammalati nel 1880 in occasione delle nozze di Rodolfo d’Asburgo con Stefania del Belgio. Dal 1922 al 1964 vi ha operato la clinica per i lattanti, poi trasferita in via dell’Istria. L’ospedale militare è stato attivo in via Fabio Severo dal 1868 al 1989. Dal 1785 al 1868 si trovava in un palazzo all’angolo tra le attuali vie Carducci e Coroneo. Ora appartiene all’Università, ma negli anni di abbandono ha subito parecchi danni. L’ospedale israelitico di via del Monte è stato soppresso per scelta della stessa comunità. È rimasto invece il “Sanatorio Triestino”, attivo dal 1897».

Bevilacqua ha rammentato come fra le principali malattie dell’epoca vi fossero i reumatismi, le cardiopatie, le malattie infettive, i deperimenti organici, le influenze, le bronchiti e le polmoniti. Le terapie erano sintomatiche, miravano cioè a colpire i sintomi. Per il resto c’erano le terapie familiari.
«Gli abbienti – ha spiegato – si curavano in casa. Il medico di fiducia, normalmente un luminare, veniva a pagamento la mattina e qualche volta anche il pomeriggio per visitare il paziente. Questi, se la terapia da applicare era più forte, veniva ricoverato al “Sanatorio”. I meno abbienti invece, se la forma morbosa era modesta, rimanevano a casa seguiti dai familiari e curati con impacchi e brodo concentrato, se era più impegnativa, andavano all’ambulatorio distrettuale, e infine, se era molto grave, finivano all’ospedale. Le epidemie di influenza furono 3 nel secolo scorso: la “spagnola” (in realtà cinese) del 1918-19, l’“asiatica” del 1957 e quella di Hong Kong del 1968-69. La “spagnola” fu la pandemia che fece più vittime in assoluto: 200 milioni le persone colpite nel mondo, 15-20 milioni i morti, 300-350.000 in Italia e circa 3.000 a Trieste. Venne favorita dalle condizioni igienico-sanitarie e ambientali legate alla guerra: il freddo, l’umido, la promiscuità, la fame, gli strapazzi. Anche i disturbi intestinali furono frequenti all’epoca, tanto che si pensò a una recrudescenza del colera. Ma non fu possibile fare molto».

Euro Ponte, docente di storia della medicina all’Università di Trieste, ha sottolineato come la tubercolosi sia stata molto diffusa fra la fine dell’800 e gli inizi del ’900.
«La causa – ha spiegato – era nota, ma le cure non erano efficaci. La malattia era mortale e ne morirono tantissime persone. Si era sostituita al vaiolo e alla lebbra. A Trieste l’immigrazione, le troppe abitazioni insane, la povertà e la promiscuità di vita ne favorirono la diffusione ad un tasso superiore rispetto ad altre città sia dell’Impero che dell’Italia. Nel 1905, su poco meno di 200.000 abitanti, i malati erano 6.000, dei quali meno di 1.000 ospedalizzati. Il 17% delle cause di morte a Trieste erano attribuibili a questa malattia, nel Goriziano l’11%. Ne venivano irrimediabilmente colpiti soprattutto i bambini. La rete sanitaria per farvi fronte era costituita dagli ospizi marini di Grado, Trieste, Valdoltra e Rovigno. La legislazione sanitaria italiana in materia era allora più avanzata di quella asburgica».

«Nella Prima guerra mondiale – ha ricordato Ponte – Gorizia venne distrutta, gli abitanti vennero sfollati e gli ospedali perduti. Trieste invece fu risparmiata e le sue strutture sanitarie continuarono a funzionare. 30.000 “regnicoli” però vennero allontanati e molti cittadini asburgici furono deportati nei campi di concentramento in Moravia e Austria. Pertanto la popolazione diminuì notevolmente. Già nei primi anni ’20 la morbilità e mortalità per tubercolosi ritornò ai livelli d’anteguerra anche grazie alle iniziative adottate dalle autorità italiane. Nel 1922 la mortalità dovuta a questa malattia scese all’8%. Poi diminuì ulteriormente con l’uso dei chemioterapici e degli antibiotici, ma anche con una maggiore attenzione, con la riduzione della povertà e con gli isolamenti sanatoriali».
«A Muggia – ha aggiunto Ponte – non c’erano ospedali e la gran parte dei malati non veniva ricoverata. Fra il 1914 e il 1922 la popolazione salì dagli 8.000 ai 12.000 abitanti. Solo nel 1918 la mortalità fu particolarmente alta, poi tornò ai livelli precedenti. I morti di tubercolosi furono 14 nel 1916, 17 nel 1917, 35 nel 1918 e 25 nel 1919».

L’ultimo intervento del convegno è stato quello di Giuseppe Tamborini, che ha definito il primo dopoguerra «una tregua fra la Prima e la Seconda guerra mondiale». «Condivido – ha detto – l’opinione dello storico inglese Robert Conquest, secondo cui il ’900 è stato il secolo delle idee assassine, della volontà di potenza e della prevaricazione, il secolo in cui abbiamo evitato per un soffio l’olocausto nucleare, il secolo dei massacri e dei genocidi (il primo quello armeno, l’ultimo quello del Ruanda): il peggior secolo della storia dell’umanità».

«Il termine “Venezia Giulia” – ha rammentato – venne coniato nel 1863 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli, che parlò delle “Tre Venezie” allora sottoposte all’Austria. La Venezia Giulia è un’importante zona di passaggio fra la pianura padana e il Danubio, contesa prima da italiani e austriaci, poi da italiani e jugoslavi. Per l’Italia era un ponte per la penetrazione nei Balcani. L’Italia, pur aderendo alla Triplice Alleanza, non fu obbligata a entrare in guerra a fianco di Austria-Ungheria e Germania perché il trattato prevedeva l’intervento solo in caso di aggressione, mentre era stato l’Impero asburgico ad attaccare la Serbia. Perché rimanesse neutrale, l’Austria-Ungheria offrì all’Italia solo il Trentino, per giunta a guerra finita e previa ratifica del parlamento di Vienna. L’Intesa invece offrì molto di più. Perciò il ministro degli Esteri Sonnino firmò il Patto di Londra, che stabiliva un confine strategico più vantaggioso con l’Impero. Tale patto rimase segreto fino al 1917, quando alcuni giornali russi e britannici lo resero noto. Serbi, croati e sloveni si arrabbiarono e nel 1917 con la dichiarazione di Corfù auspicarono la costituzione di uno Stato indipendente degli slavi del sud e la dissoluzione della duplice monarchia, non prevista dal Patto di Londra. Sorsero così le prime difficoltà fra italiani e slavi. Gli Stati Uniti, che dichiararono guerra alla Germania il 4 aprile 1917 e all’Austria-Ungheria il 3 dicembre 1917, si proclamarono “associati”, non “alleati” dell’Intesa, e rifiutarono di riconoscere il Patto di Londra».

«Il 30 ottobre 1918 – ha evidenziato Tamborini – l’ammiragliato austriaco di Pola consegnò la flotta al Comitato jugoslavo. L’Italia occupò i territori previsti dal Patto di Londra anticipando gli jugoslavi. Il 1° dicembre 1918 si formò il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni sotto la dinastia del Karagiorgevic, non riconosciuto però a livello internazionale. L’Italia si oppose a che alla conferenza della pace partecipassero anche i rappresentanti croati e sloveni, in quanto ex nemici che andavano trattati come tali. Solo i serbi ne avrebbero avuto diritto. Le discussioni sulla questione adriatica iniziarono il 20 febbraio senza la presenza dei delegati jugoslavi. Il presidente americano Wilson ci fu sempre ostile proponendo un confine a noi più sfavorevole di quello di Londra. Del resto le condizioni erano mutate e l’annessione di troppi territori etnicamente slavi sembrò denotare una volontà imperialista italiana. Vincitori e vinti approfittarono dell’abbandono, per protesta, del tavolo negoziale da parte della delegazione italiana fra il 24 aprile e 7 maggio 1919. Dopo il ritorno di Wilson in America la situazione per noi migliorò. Il 12 novembre 1920, 10 giorni dopo l’elezione del nuovo presidente americano Harding, venne firmato il Trattato di Rapallo, che non accontentò né i nazionalisti italiani, né quelli jugoslavi. I rapporti italo-jugoslavi fino al 1926 furono abbastanza buoni, poi si deteriorarono. Con la sua politica di snazionalizzazione e di italianizzazione il fascismo non riuscì a farsi ben volere dagli slavi della Venezia Giulia. Alcuni si iscrissero al partito fascista, ma altri aderirono a gruppi terroristici. Dal 1941 l’ostilità si tramutò in odio per l’aggressione italiana alla Jugoslavia».

Leggi le Ultime Notizie >>>