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Notizie > Incontri > 12 Febbraio 2009

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“Opzione: italiani!”. La storia di una comunità istriana in provincia di Pordenone

di Paolo Radivo

"OPZIONE:ITALIANI!" - copertina del volume

Trieste (TS) - Nell’ambito delle celebrazioni per il “Giorno del Ricordo”, martedì 10 febbraio, con inizio alle 15.30, la Presidenza del Consiglio regionale del Friuli - Venezia Giulia e il “Circolo ricreativo Villotte” di San Quirino di Pordenone hanno presentato nella sala “Tessitori” del palazzo del Consiglio regionale, in piazza Oberdan a Trieste, il libro e il video di Luigino Vador “Opzione: italiani!”, curati dalla moglie Nicoletta Ros.

Il volume (SBC Edizioni, 242 pagine, 18 euro) è stato fortemente voluto dal “Circolo ricreativo Villotte”, dal Comune di San Quirino e dalla Provincia di Pordenone. L’autore, Luigino Vador, è un friulano nato in provincia di Udine e da quasi trent’anni residente a San Quirino, dove però solo recentemente ha scoperto le vicissitudini delle famiglie esuli dall’Istria che si sono insediate alle Villotte dal 1957. Profondamente colpito dai racconti dei propri concittadini, ha deciso di dar loro voce in un volume che vuole preservarne e divulgarne la memoria.

Le Villotte erano delle ampie praterie a nord di Pordenone. Il suolo, assai povero, non ne aveva favorito la coltivazione. Erano dunque rimasta per secoli disabitate e incolte, fornendo solo erba e fiori. Nel 1513 la Repubblica Veneta le aveva assegnate agli abitanti di San Quirino, ma nel 1705 decise di metterle in vendita. I sanquiritesi chiesero e ottennero di acquistarle, grazie a un prestito fornito dai nobili Carrer e saldato appena nel 1907. Nel 1955 le praterie vennero forzatamente vendute all’Ente di Rinascita delle Tre Venezie, che le dissodò, le suddivise in poderi e vi costruì delle case, che dall’ottobre 1957 vennero assegnate con i relativi appezzamenti a 42 famiglie istriane provenienti dai campi profughi di Trieste, Cremona, Brescia e Altamura. Di queste, 15 erano originarie del comune di Buie, 9 del comune di Umago, 7 del comune di Visignano, 7 del comune di Pirano, 2 del comune di Cittanova, una del comune di Pola e una del comune di Rovigno. La tenacia, lo spirito di sacrificio e la laboriosità consentì loro di trasformare le Villotte in una fertile area di vigneti, frutteti e coltivazioni cerealicole, dove gli animali davano un valido apporto al lavoro dei campi.

Appena dopo 30 anni questi “coloni”, che avevano pagato annualmente un canone, poterono diventare proprietari. Alcuni istriani però non resistettero alle difficoltà e dovettero cercare altrove una nuova sistemazione. Vennero sostituiti da 7 famiglie provenienti dal comune di Breganze (Vicenza), 2 provenienti dal comune di Eraclea (Venezia), una proveniente dal comune di San Zenone degli Ezzelini (Treviso), una proveniente dal comune di Brugnera (Pordenone), una proveniente dal comune di Prata (Pordenone) e una proveniente dal comune di Frisanco (Pordenone). In contemporanea però emigrarono in Canada tanti sanquiritesi che avevano perduto i loro pascoli e che si sentirono defraudati dagli incolpevoli nuovi venuti. Oggi le vie delle Villotte portano i nomi di molte località istriane.

Il libro, dopo la parte introduttiva, è composto da 20 racconti: 17 riguardano famiglie istriane e 3 famiglie venete. Non è stato facile per Vador raccogliere le testimonianze degli istriani. Infatti molti di loro non volevano parlare per paura di ritorsioni. Altri avevano ritegno a sviscerare storie dolorose che fino ad allora avevano gelosamente conservato nel proprio cuore ferito. Ma alla fine l’autore è riuscito a condensare le vicende di 17 famiglie, quasi tutte di origine contadina, che avevano dovuto abbandonare le loro case, le loro terre, il loro piccolo mondo per restare libere e italiane. Dopo i soprusi subiti dalle autorità comuniste jugoslave, l’accoglienza ricevuta in Italia non fu sempre delle migliori, tanto che alcune emigrarono provvisoriamente in America, salvo poi rientrare. Le altre invece passarono invece diversi anni nei campi profughi.

All’incontro svoltosi martedì nella sala “Tessitori” hanno preso parte diversi di questi “pionieri” o, in alcuni casi, i loro figli e nipoti. La giovane Gloria Ros, conduttrice dell’iniziativa, li ha elogiati, in quanto hanno fatto «fiorire i sassi», bonificato terreni aridi e dato un grosso contributo allo sviluppo economico dell’intero comune di San Quirino. E l’hanno fatto rimanendo in silenzio, senza mai protestare o lamentarsi. Il loro contegno dignitoso e discreto non ne ha però fatto conoscere la storia ai loro nuovi compaesani, alcuni dei quali si erano formati dei pregiudizi negativi. Il libro, il dvd e la mostra vogliono demolire tali pregiudizi, raccontando finalmente in forma pubblica la verità.

In particolare Gloria Ros ha voluto scagionare gli esuli dalla pesante accusa di essere degli usurpatori di terre altrui. Fra le altre ingiustizie patite, ha poi ricordato quella di essere stati trattati come stranieri sia in Istria che in Italia e di essere stati chiamati «italiani» in Istria e «slavi» in Italia.
Eugenio Latin, presidente del “Circolo Ricreativo Villotte” originario di Umago, ha ricordato con commozione i “pionieri” della prima generazione che non ci sono più. «Vogliamo – ha detto – lasciare una testimonianza forte non solo ai figli degli esuli, ma anche alle nuove generazioni di friulani».

Nicoletta Ros ha letto una sintesi del capitolo dedicato alla vicenda della famiglia Cottiga di Visignano, che, dopo essersi vista respinta più volte la richiesta di opzione per l’Italia, dovette partire precipitosamente il 4 ottobre 1954 su brutale sollecito dello stesso console italiano a Zagabria. Dopo un soggiorno in una caserma di Udine e nel campo profughi di Cremona, si trasferì alle Villotte, dove risiede tuttora.

Luigino Vador ha raccontato i due anni in cui ha raccolto le testimonianze e poi rielaborato il materiale insieme alla moglie. «Ho provato – ha detto – tanto rispetto per la sofferenza, per l’immenso dramma di queste persone, la cui caratteristica è la riservatezza. Entrare nel loro intimo è stato uno sforzo. A volte nemmeno nelle loro stesse famiglie tali tristi vicende erano conosciute. È molto significativo che la moglie di un esule mi ha abbia rivelato: “La vera anima di mio marito l’ho conosciuta leggendo il libro”. Sono davvero delle persone speciali».

In sala è stato poi proiettato il dvd allegato al libro che con numerose foto e con la voce narrante di Nicoletta Ros raccontano le vicissitudini delle singole famiglie istriane giunte alle Villotte.
L’assessore regionale Elio De Anna, portando il saluto del Presidente Renzo Tondo, della Giunta regionale e suo personale, ha ricordato con orgoglio di aver anche lui contribuito all’uscita del libro quand’era Presidente della Provincia di Pordenone. «Io – ha detto – mi rendo conto di quanto fortunato sono a vivere ancora a Cordenons con i miei genitori nella nostra casa, con la nostra cultura e le nostre tradizioni. Voi in punta di piedi vi siete inseriti in un territorio avaro, fatto di ghiaia, e lo avete coltivato senza protestare. Non è da tutti. Oggi infatti molti non arrivano in Italia in punta di piedi… Questo territorio si è sviluppato e arricchito anche grazie a voi, che ne siete diventati parte integrante. Siete un esempio per i nostri e i vostri figli. Rimangono, certo, dei profondi solchi da rimarginare. Le istituzioni (non tanto quelle locali) forse non hanno fatto fino in fondo il loro dovere nei vostri confronti».
Nel corso dell’incontro la “Corale Quirita”, composta da uomini e donne in costume tradizionale, ha eseguito i brani “Fratello Sole, sorella Luna”, “La marina” e l’inno di Matterada al co-patrono San Valentino.

Al termine gli organizzatori e l’uditorio si sono spostati nel vicino palazzo del Consiglio regionale, dove è stata inaugurata la mostra fotografica, curata da Nicoletta Ros e allestita nel corridoio dei “Passi perduti”, dal titolo “1958-2008 - Cinquantenario dell’insediamento degli esuli istriani e delle famiglie venete alle Villotte di San Quirino”. Alcuni pannelli relativi alle storie narrate nel libro mancano perché gli interessati non se la sono sentita di mettere il loro nome e la loro foto: tanto pesa ancora il ricordo del terrore vissuto in Istria ai tempi di Tito.

Paradossalmente alcune di queste famiglie che hanno dovuto riparare in Italia per restare italiane portano cognomi slavi, in quanto discendenti da slavi balcanici in fuga davanti all’avanzata turca e trasferiti dalla Repubblica Veneta nelle campagne dell’Istria fra il XV e il XVII secolo. Successivamente però tali famiglie hanno assunto lingua, usi e costumi della terra che li aveva generosamente accolti. Nella mostra sono citati i Legovich di Visignano, gli Sferco di Giurizzani, i Coslovich di Matterada, i Giugovaz di Butturi di Buie, i Nesich di Cittanova, i Crevatin di Carsette di Buie, i Michelato di Parenzo, i Pulin di Visignano, gli Zogoni di Buie, i Latin di Umago, i Corazza di Visignano, i Cottiga di Visignano, i Vinoni di Tribano, i Visintin di Visignano, i Sincovich di Bibali di Buie e gli Jacaz di Castelvenere. Vi sono inoltre 3 pannelli riguardanti altrettanti “pionieri” veneti.

Nel corso deIla cerimonia nell’emiciclo il Vice-presidente del Consiglio regionale Maurizio Salvador ha spiegato come per la prima volta il Consiglio stesso abbia voluto celebrare in quella sede il “Giorno del Ricordo” richiamandosi alle parole del Presidente della Repubblica Napolitano sul «dovere delle istituzioni, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato». Giudicando un «imperdonabile orrore contro l’umanità» quello compiuto con le foibe e l’esodo, Salvador ha rammentato l’insediamento di nuclei di esuli in provincia di Pordenone, in particolare al Dandolo di Maniago, a Roveredo in Piano e, appunto, alle Villotte di San Quirino. «Qui – ha rilevato – siete stati in grado di farvi amare, accettare e rispettare come italiani a tutti gli effetti. Avete trovato rifugio alle Villotte nella speranza di tornare a casa. Avete lavorato duramente senza fermarvi davanti alle difficoltà».

«Il ricordo delle sofferenze di questa gente – ha aggiunto Salvador – deve essere tramandato alle giovani generazioni al pari dell’Olocausto e delle altre tragedie dell’umanità. Il dramma delle foibe e dell’esodo per migliaia di italiani è stato, per troppi anni, mantenuto nel silenzio. Iniziative come quella di oggi diventano occasione per riflettere sia sulla validità storica sia sulle attuali potenzialità della singolare identità giuliano-dalmata. Il compito di contribuire a fare memoria storica spetta anche alle amministrazioni pubbliche».

L’assessore alla Cultura della Provincia di Pordenone Lorenzo Cella ha parlato di «obbligo del ricordo e di trasmetterlo» alle future generazioni anche come «atto di condivisione e di solidarietà verso chi ha sofferto tante pene». «È doveroso – ha detto – rendere omaggio a queste persone, che hanno dato nuova linfa alla terra in cui si sono insediati».
Il sindaco di San Quirino Corrado Della Mattia ha sottolineato come gli istriani non siano venuti alle Villotte per sottrarre la terra ai sanquiritesi che partivano per l’America. Nei loro confronti è necessario fare una «giustizia culturale, storica».

La mostra nel palazzo del Consiglio regionale, di cui è disponibile anche un catalogo completo, sarà visitabile fino al 27 marzo dal lunedì al giovedì dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 16.30, palazzo del Consiglio regionale, in piazza Oberdan a Triesteil venerdì dalle 9.30 alle 16.30. Vi sarà inoltre un’apertura straordinaria domenica 15 febbraio in concomitanza con la mostra di quadri e fotografie di Luigi Spacal. Successivamente si trasferirà nella sede della Provincia di Udine e quindi in alcuni Comuni.
«Divulgare – ha concluso Gloria Ros – non è una meta, ma un punto di partenza».

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