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Notizie > Attualità > 13 Agosto 2018

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Mons. Paul Hinder, atteso a Pordenonelegge 2018, condanna il massacro di bambini nello Yemen

Mons. Paul Hinder (foto: Ufficio Stampa Volpe&Sain)

Pordenone (PN) - “Nella guerra in Yemen sono saltate tutte le regole: chiunque sia il responsabile di questi massacri è un vero irresponsabile che opera in violazione di qualsiasi regola, anche basilare, in un contesto di guerra. Il senso di “impotenza è forte”. Sono parole di Mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), all’indomani dell’attacco contro un autobus carico di bambini, che ha provocato decine di vittime, una trentina fra i piccoli studenti che avevano gli zainetti sulle spalle e i grembiuli addosso.

Essere vescovo nella «terra santa» dell’Islam, la Penisola araba, la regione in cui è nata la religione islamica, porta certamente a un’esperienza dall’eccezionale valore umano e spirituale: Mons. Paul Hinder l’ha riunita nel libro Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’Islam (con Simon Biallowons, Editrice Missionaria Italiana, pp. 208, euro 18,00, prefazione di Paolo Branca), in uscita il 13 settembre. L’autore, residente ad Abu Dhabi, lo presenterà in anteprima a pordenonelegge 2018 domenica 23 settembre (ore 16.30, Auditorium della Regione) ripercorrendo i due binari su cui scorre il suo avvincente testo: da un lato il racconto di cosa significa essere un cattolico nella terra santa dell’islam, con le sfide quotidiane di non poter vivere pienamente la libertà religiosa, ma solo di culto, così come nonché il resoconto del dialogo e del confronto quotidiano, a vari livelli – personale, istituzione, accademico – con il mondo islamico.

D’altra parte, mons. Hinder si sofferma nel libro a descrivere la realtà multiculturale e multietnica di Chiesa di cui è responsabile. La forte immigrazione che ha portato centinaia di migliaia di asiatici – soprattutto dalle Filippine e dall’India – a lavorare nei Paesi del Golfo ha comportato la rinascita del cristianesimo proprio in zone dove il Vangelo era arrivato con le prime comunità cristiane, per poi essere soppiantato dal nascente islam. Ad oggi, afferma Paul Hinder, nei Paesi del Golfo dove egli è vescovo (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen) si contano circa 1 milione di cattolici, concentrati nella stragrande parte negli Emirati. Un numero, tra l’altro, in forte crescita, vista la forte immigrazione dall’Asia. I cattolici nel Golfo rappresentano il 50% di tutti i cattolici del Medio oriente: nel vicariato dell’Arabia meridionale vi sono fedeli di oltre 100 nazioni diverse. E la frequenza religiosa ai riti è molto alta, perché nella chiesa filippini, indiani, srilankesi, pachistani trovano una seconda famiglia. Come nella parrocchia di St. Mary a Dubai, considerata con i suoi 300mila fedeli la parrocchia più grande del mondo.

Paul Hinder ha una posizione articolata sul tema del dialogo con l’islam. A tal proposito afferma: «Il dialogo con l’islam è una via obbligata. Sono convinto che senza dialogo tra cristianesimo e islam la convivenza nel nostro mondo globalizzato non potrà funzionare bene. Qui nel Golfo conosciamo bene le difficoltà che si frappongono a tale dialogo. Non senza ragione evitiamo il termine di “dialogo interreligioso” e usiamo piuttosto “dialogo tra le fedi”». Alieno da ogni irenismo, Hinder sottolinea: «Nei nostri colloqui con i musulmani non siamo sullo stesso piano. Un colloquio senza padrone, nel senso del filosofo Jürgen Habermas, qui non ha luogo. Questo può e deve essere detto in modo chiaro ed esplicito».

Sulla questione calda in Europa della costruzione di moschee, Paul Hinder pronuncia parole chiare: «Deve diventare normale che lavoratori e studenti musulmani abbiano la libertà di vivere la loro tradizione e la loro identità religiosa. Non perché concediamo un favore ma perché è un’ovvietà in senso umano. L’Europa non dovrebbe puntare il dito e poi agitare il pugno: “Se noi non possiamo costruire da voi le nostre chiese, voi non potete costruire qui le vostre moschee”. La politica dell’occhio per occhio non serve a nulla. Vietare le moschee non fa sorgere le chiese in Arabia Saudita. La tolleranza non deve essere ridotta a strumento di pressione. Questa tattica la riduce a un’assurdità».

Mons. Hinder denuncia senza mezzi termini le disumane condizioni in cui sono costretti i lavoratori immigrati nei Paesi del Golfo: «Vivono tutti in moderne gabbie mentre costruiscono le torri di lusso per i locali». Questo non gli impedisce di essere altrettanto critico con l’Occidente, che spesso difende i diritti umani solo a parole: «Il fatto che stati come la Svizzera e la Germania mantengano strette relazioni economiche e di cooperazione con l’Arabia Saudita mostra che lo sdegno non produce risultati. I soldi battono la fede».


INFO/FONTE: Ufficio Stampa Volpe&Sain

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