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Notizie > AttualitĂ  > 01 Aprile 2014

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Costituzione e riforme: il rischio degli slogan e della politica del "velocismo"

di Claudio Bisiani

Senato della Repubblica

Trieste (TS) - «Il Pd ha un impegno con gli italiani: superare il bicameralismo. Chi frena tradisce gli elettori». Così la perentoria sentenza di Debora Serracchiani in un'intervista rilasciata ieri a QN-Quotidiano Nazionale. Peccato che la governatrice della Regione FVG, nonché fresca vicesegretaria del Partito Democratico, dimentichi che gli “elettori italiani” di cui parla non hanno mai legittimato il governo di Matteo Renzi con un voto nelle urne. Perché di elezioni politiche, dal febbraio 2013 (il segretario del Pd era ancora Bersani), non risulta ce ne siano più state.
Nessuno si sogna di negare che l'ex sindaco di Firenze – sul cui carro la Serracchiani è salita in corsa dopo la fugace infatuazione bersaniana – sia il legittimo inquilino di Palazzo Chigi, ma solo perché nel nostro sistema istituzionale è il Parlamento a dare e togliere la fiducia al governo. Una situazione pertanto, quella di Renzi (come in precedenza anche per Monti e Letta), del tutto conforme al dettato costituzionale, che però - la si metta come la si vuole - non è il frutto di un esplicito consenso del “popolo sovrano” dopo una normale tornata elettorale.

La stizzita puntualizzazione della Serracchiani giunge a seguito delle perplessità e delle considerazioni – alquanto garbate, a dire il vero, e in larga parte condivisibili – espresse dal presidente del Senato, Pietro Grasso, sulle riforme istituzionali e costituzionali proposte, ancora non troppo chiaramente, dal governo Renzi: superamento del bicameralismo perfetto e trasformazione del Senato, revisione del Titolo V con soppressione delle Province, cancellazione del Cnel, Job's Act e nuova legge elettorale, il controverso “Italicum”.
Perplessità che stanno crescendo ormai da più parti – sindacati, associazioni, industriali, costituzionalisti – anche all'interno dello stesso governo, ultime in ordine di tempo le esternazioni del ministro Giannini: «Inconsueto un ddl sulla riforma del Senato». E pure dalla società civile con l'appello "Verso la svolta autoritaria" a salvaguardia della Costituzione lanciato l'altro ieri da Gustavo Zagrebelsky e da altre personalità tra cui Stefano Rodotà.

La questione di fondo, infatti, non è tanto la condivisibile voglia di cambiamento che attraversa ormai tutto il Paese, ma la poca chiarezza, l'ambiguità e la superficialità che ammantano le tante e diversificate proposte governative. Proposte che si caratterizzano per il forte impatto mediatico, per la suadente dialettica renziana e per i roboanti slogan utilizzati che eccitano senza ombra di dubbio l'immaginario collettivo, ma che in concreto non vedono ancora nulla di esplicito, di scritto "nero su bianco". Tanto che perfino nell'ultima direzione del Pd, tenutasi alcuni giorni fa a Roma, si è ad esempio sentita la richiesta – manifestata da Davide Zoggia, uno dei massimi esponenti del partito – di delucidazioni (“aspettiamo di leggere meglio la proposta”) sul Job's Act, del quale ancora non si conoscono con precisione i dettagli e l'effettiva articolazione.

La perplessità, insomma, sull'intera impalcatura riformistica di Matteo Renzi sta crescendo di giorno in giorno. Perché va bene fare presto dopo decenni di immobilismo. Va bene la spending review e il taglio dei costi della politica. Va bene sferzare deputati, senatori e amministratori locali chiedendo loro di essere i primi a dare l'esempio. Va bene passare dal non fare nulla al decidere finalmente le cose. Ma tutto questo non può e non deve prescindere dal rispetto delle procedure democratiche, dal ruolo del Parlamento e soprattutto dalla salvaguardia della carta costituzionale. Stralciare o modificare parti importanti della Costituzione – quasi quaranta articoli se tutte le riforme previste dal “pacchetto Renzi” andranno a buon fine – è infatti operazione da condurre con la massima cautela, ponderazione e in modo certamente non sbrigativo o abborracciato.

L'errore esiziale sarebbe confondere la capacità vera con l'arroganza di chi si crede infallibile, il decisionismo efficace con lo sterile "velocismo" (come ha puntualmente ammonito il politologo Giovanni Sartori), il mero risparmio economico con i delicati equilibri dell'impianto politico-istituzionale, le riforme opportune con una confusa e sbrigativa controriforma. Cambiare rapidamente tanto per cambiare – soprattutto con scarsa umiltà e poca condivisione, con la logica del “faccio tutto io”, con i diktat o l'autoritario aut aut “prendere o lasciare” – può produrre effetti ancora peggiori del non riformare nulla. Perché imbonire l'opinione pubblica di slogan e di annunci ad effetto, di clamorosi stravolgimenti e di cambiamenti epocali, promettendo subito qualcosa che necessita invece di sereno confronto democratico, di dibattito parlamentare allargato e dei fisiologici “tempi istituzionali”, potrebbe rivelarsi alla fine un boomerang dalle conseguenze nefaste.

Dopo Renzi non ci sarà il diluvio, con buona pace dei suoi fedeli pretoriani "democrats" e dei molti laudatores dell'ultima ora. I cittadini vogliono ottimismo, certamente, ma preferiscono la verità. E ne hanno piene le tasche di piazzisti di sogni, venditori di fumo e incantatori di serpenti. Perché al netto delle tante difficoltà da affrontare ogni giorno e di una classe politica che deve ricuperare credibilità e consenso, non sopporterebbero davvero più di venire abbagliati nuovamente dalle roboanti e gattopardesche bugie dei loro leader. Tanto meno da una deriva politica autoritaria e pseudocarismatica che ostenta novità, lungimiranza ed efficienza ancora tutte da dimostrare.

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