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Cultura > Arte > 10 Marzo 2014

"Tre/1": alla Galleria Sagittaria una mostra per indagare sulla pittura contemporanea

4 paesaggi

Pordenone (PN) - Cromocentrica, ma anche polimaterica, e soprattutto coraggiosa, capace di rinascere come un’araba fenice dalle ceneri incolori del tempo: la pittura del XXI secolo si espande attraverso infinite dimensioni e linguaggi pluridirezionati, filtrata da approcci e cifre stilistiche sempre più difficilmente catalogabili. Ma alcune linee direttrici si possono pur sempre individuare, perimetrare e soprattutto raccontare agli appassionati così come al grande pubblico, schiudendo i presupposti e i modi del ‘fare pittura’ di artisti del nostro tempo, rappresentativi di una ‘terrà di mezzo’ generazionale che affonda nei "Seventies" e proprio in questi anni raggiunge la sua piena maturità artistica.

Da queste premesse nasce la 420^ Mostra della Galleria Sagittaria di Pordenone, “Tre/1. Tre modi di interpretare oggi la pittura”, a cura del critico Angelo Bertani, promossa dal Centro Iniziative Culturali Pordenone e dedicata agli artisti Maria Elisabetta Novello, Alessandro Zorzi e Beppo Zuccheri. Il percorso espositivo, visitabile dal 17 marzo all’11 maggio 2014, sarà inaugurato sabato 15 marzo, alle 18.30 alla Galleria Sagittaria (via Concordia 7, Pordenone), subito dopo l’incontro con i tre artisti programmato nell’ambito del ciclo “Da vicino”, 3^ edizione, in programma alle 17 nella Sala Appi del Centro Culturale Casa Zanussi. La mostra, con ingresso libero, sarà aperta al pubblico da martedì a domenica in orario 16/19 e prevede laboratori e visite guidate.

«L’esperienza migliore è il contatto diretto, con gli artisti e con i loro lavori – spiega il presidente del CICP Maria Francesca Vassallo - Per questo il Centro Iniziative Culturali Pordenone ha deciso di suggellare con questa mostra il 3° ciclo di incontri ‘Da vicino’, ospitando alla Galleria Sagittaria gli artisti Maria Elisabetta Novello, Alessandro Zorzi e Beppo Zuccheri. Il lungo lavoro del Centro, fatto di mostre ‘inventate’ e non semplicemente acquisite nei circuiti degli eventi, magari a caro prezzo, ha sempre curato moltissimo la condivisione fra artisti e pubblico, per conoscere ma anche sperimentare. Quindi convegni e corsi, ma anche laboratori ed esperienze man mano allargate alle espressioni culturali più disparate … Cinquant’anni di attività che, fra l’altro, ci portano istintivamente ai ‘introiettare’, per metodo di lavoro e slancio al dialogo e alle sinergie, le indicazioni emerse dal recente workshop convocato dalla Regione Friuli Venezia Giulia su “La cultura come elemento di competitività del Sistema Regione. Opportunità della nuova programmazione comunitaria 2014-2020”».

«La mostra TRE/1 propone, ovviamente senza alcuna pretesa di esaustività, una sorta di itinerario attraverso tre modi molto diversi ma ugualmente emblematici di intendere la pittura oggi – afferma il curatore, Angelo Bertani - Alessandro Zorzi con le sue opere, fa riferimento alla grande tradizione aniconica del ‘900 che incentra la ricerca sul colore come carattere specifico della pittura. Parte dalla grande lezione di maestri come Vasilij Kandinskij, Paul Klee, Josef Albers, László Moholy-Nagy, Johannes Itten, docenti al mitico Bauhaus, e e dalla nevessità di conciliare la sensibilità soggettiva con la fisiologia della percezione per prospettare un originale umanesimo della modernità. Come è noto era stato lo stesso Kandinskij nel suo famoso saggio del 1912 a riaprire la questione dello “spirituale” nell’arte attraverso una connotazione psicologica dei colori fondamentali e complementari. Non a caso Zorzi ha intitolato Partiture alcune delle sue opere ora esposte: pensate per un preciso rapporto con specifiche tipologie musicali esse possono essere viste (e in un certo senso ascoltate) come vere e proprie notazioni di parti strumentali; ma il nostro giovane pittore ha voluto spingersi più in là e dunque esplorare il silenzio ricco di potenzialità proprio del bianco, il “grande silenzio che per noi è assoluto” (Kandinskij). […] Egli in realtà è ben consapevole che il bianco è “la giovinezza del nulla” da cui tutto può avere inizio, anche un concetto estremamente rigoroso di arte. In fondo anche il lavoro di Maria Elisabetta Novello prende avvio da una sfida, da un ossimoro: fare arte e addirittura fare pittura a partire da un non colore, dalla immobilità del grigio apparentemente priva di risonanza. In verità l’artista, servendosi della cenere di legna come materia costitutiva delle sue opere, intende muovere da un grado zero della forma - la cenere deriva pur sempre dalla combustione- per dare origine alle proprie forme artistiche portando allo scoperto quel principio demiurgico e alchemico che sta alla base di ogni atto creativo: da qui il valore fondamentalmente rigenerativo che assume nel suo lavoro la cenere, materia di derivazione “poverista” che si apre a mille potenzialità di riscatto simbolico. La sequenza di lavori intitolati Liridi fa riferimento in particolare allo sciame meteorico visibile dal 15 al 28 aprile di ogni anno, ma più in generale al nostro saperci rapportare con ciò che rappresenta il cielo stellato che (kantianamente) ci sovrasta. Dal canto suo Beppo Zuccheri affronta una coraggiosa esplorazione del mito e della storia (collettiva e personale) servendosi di una pittura opaca, bituminosa e polimaterica in cui l’inserimento di materiali eterogenei caratterizza la dimensione tridimensionale, aggettante ed empaticamente coinvolgente dell’opera. Con tutta evidenza ci troviamo di fronte alla polarità opposta, ma complementare rispetto a quella di Alessandro Zorzi: se nel suo lavoro vi era la tensione verso la trasparenza musicale ed euritmica del colore, nella pittura di Zuccheri invece l’opacità e la dissonanza della materia fanno tutt’uno con la volontà di sondare la problematicità di un’esistenza dominata dalla certezza del relativo. Infatti solo questo confrontarsi corpo a corpo con la materia apre la strada alla possibilità di un riscatto proprio attraverso la pittura che oggi può (o deve) partire dai detriti rappresi e bruciacchiati della storia, fosse pure per sottoporla al bisturi dell’analisi e per riscoprirla con altri occhi. Magari sulle tracce di Argo (Relitto di Argo sul fiume in secca) o di Alessandro Magno che giunge inopinatamente fino all’India (La mia notte sul fiume Idapse) ma lascia dietro di sé anche distruzione e morte (Alba bianca – Via da Persepoli). In ogni caso rimane ben evidente il problema per così dire ermeneutico rappresentato da tutte quelle scale a pioli che non portano a nulla, da tutte quelle piste che divaricano e rendono difficile se non impossibile ogni decollo (La nebbia, la luce, Kiefer e il silenzio), da quella circolare, sgangherata e ironica macchina del tempo tenuta assieme da un po’ di spago: ma, si sa, non è certo compito dell’arte dare delle risposte, quanto piuttosto esprimere intuitivamente e per immagini le questioni cruciali riferibili all’essere uomini nella nostra epoca».


INFO: CICP, tel 0434 553205, cicp@centroculturapordenone.it, www.centroculturapordenone.it

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