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Cultura > Film > 11 Agosto 2013

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Cinemazero si "digitalizza" senza interrompere la programmazione in sala

Scena dal film “Slow Food Story” di Stefano Sardo

Pordenone (PN) - Questa settimana Cinemazero raggiunge l’obiettivo della digitalizzazione con i lavori che impegneranno le sale per portarle all’adeguamento alla rivoluzione che queste nuve tecnologie rappresentano, ma non priva il suo pubblico della programmazione dei grandi successi della stagione e propone la produzione Tucker Film “Slow Food Story” di Stefano Sardo (dal 12 al 14 agosto in sala Totò alle 19.15 e alle 21.15), e “Holy Motors” di Leo Carax (il 16 e il 17 agosto in sala Pasolini alle 19.45 e alle 21.45).

Presentato al Festival di Berlino nella sezione dedicata a pellicole e cibo “Kulinarisches Kino”, “Slow Food Story” racconta di una rivoluzione lunga 25 anni senza mai fermarsi, e del suo leader Carlo Petrini, detto Carlìn, padre dell’Associazione Slow Food e di quel grande fenomeno internazionale che è stato ed è Terra Madre. Tutto ha origine a Bra, un paesino di ventisettemila abitanti delle langhe piemontesi, quando, dopo anni d'impegno nel rispetto dei prodotti della terra della sua provincia, nel 1986 Petrini fonda l'associazione gastronomica Arci Gola che coinvolge i vini e i prodotti agroalimentari della zona. Nel 1989 l’evento si ingrandisce e approda a Parigi, dove un gruppo di gastronomi provenienti da tutto il mondo fonda Slow food, un movimento internazionale di resistenza al fast-food. Slow food è la storia di una scommessa culturale, ma anche dei cambiamenti del modo di mangiare avvenuti negli ultimi 60 anni: quelle dinamiche globali dell’agroalimentare che sono tra i temi ambientali più scottanti del nostro tempo. È l’esclusiva proposta di un “vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento” come recita una battuta del film, “contro coloro che confondono l’efficienza con la frenesia”! Il regista Stefano Sardo, dalle radici piemontesi – anch’egli nativo di Bra e figlio di uno dei promotori di Slow food – riassume, nei 75 minuti di documentario, i punti salienti di questo movimento, dimostrando come il cibo non sia una merce ma un valore. “Petrini ha capito prima degli altri che sul cibo si giocava una delle partite decisive del nostro tempo, e ha battuto su quel chiodo fino a che la gente non si è fatta richiamare dall’eco di quei colpi”, commenta il regista, che non si esime dal rimarcare il suo approccio divertito e ironico. Lo stesso approccio richiama lo spirito godereccio all’esistenza e ci riporta alla formazione stessa del movimento, che è nato da un gruppo di amici di provincia con le loro bischerate, le loro passioni culinarie, i loro riti contadini riesumati e tutta la loro caparbietà nel portare avanti un progetto ambizioso e importante che ha fatto del mangiar sano nel rispetto del territorio il suo cavallo di battaglia.

“Holy Motors” invece racconta 24 ore della vita (o delle vite) di monsieur Oscàr, che gira per Parigi a bordo della sua limousine, accompagnato solo dalla segretaria-autista Céline , attraverso i dieci appuntamenti di lavoro della giornata. Ma il lavoro di Oscar si rivela essere quello di vivere dieci vite differenti… Grande imprenditore, assassino, mendicante, creatura mostruosa, padre di famiglia…Oscar sembra interpretare dei ruoli, immergendosi completamente in ognuno di loro – ma dove sono le cineprese? È solo, accompagnato unicamente da Céline. Ma dove sono la sua casa, la sua famiglia, il suo riposo? Nei differenti appuntamenti di Oscar, che lo vedono affarista finanziario, vecchia mendicante, performer per realtà virtuali, signor Merde, killer dei bassifondi, vecchio morente, padre di famiglia e altro ancora, Carax esplora diversi generi ma soprattutto entra nel cinema che ha amato e che ama, da Tod Browning a Franju, da Cocteau a Bertolucci, da Charles Bronson a Vidor, da Kubrick a René Clair. Ci entra attraverso una porta invisibile com'è una sforbiciata di montaggio, o come quella che lo stesso Leos Carax, all'inizio del film, scova nella scenografia della sua stanza da letto e che lo porta, appunto, dentro una sala cinematografica. Notturno e tristissimo, anche nelle ore diurne, il film non è un monologo interiore, nonostante il regista viva di cinema, ma, al contrario, cerca disperatamente di instaurare un dialogo col pubblico della sala e di scuoterlo dall'apatia, senza prediche, con le sole armi del pensiero e della dissacrazione. Meglio dadaisti che paranoici, urla in silenzio Carax, mentre la telecamera si muove tra gli straordinari luoghi delle riprese e la disponibilità che il regista ha ottenuto da Eva Mendes.


INFO/FONTE: Cinemazero / Ufficio Stampa

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