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Notizie > Attualità > 05 Agosto 2013

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Sentenza Mediaset: il Pdl in piazza a Roma per Berlusconi e contro la magistratura

di Claudio Bisiani

Il videomessaggio di Silvio Berlusconi dopo la sentenza del processo "Mediaset"

Trieste (TS) - E' la faccia dell'Italia più triste e desolante quella che ha manifestato domenica pomeriggio a Roma, in via del Plebiscito davanti a Palazzo Grazioli, a favore di Silvio Berlusconi e contro la recente sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna per frode fiscale del leader del Pdl nel processo Mediaset. Processo che ha stabilito con l'ultimo grado di giudizio, attraverso oggettive prove orali e documentali – è bene ricordarlo a chi ancora sostiene la mancanza di “prove di reato” –, la colpevolezza di Berlusconi quale «ideatore di una enorme evasione fiscale realizzata con società off shore», come già decretato dalla Corte d'Appello.
Per i giudici, insomma, l'ex premier del centrodestra partecipò direttamente al sistema illecito nella gestione finanziaria dei diritti televisivi Mediaset descritto nelle sentenze. Da qui l'ovvia conferma della condanna definitiva a quattro anni di reclusione (tre condonati dall'indulto) per Berlusconi, una sentenza che rende da subito esecutiva la pena residua di un anno da scontare agli arresti domiciliari o con l'affidamento ai servizi sociali.
Tutto questo per i giudici, come da sentenza ormai passata in giudicato, ma non per il popolo di Silvio e per tutti i deputati e senatori del centrodestra che si oppongono con fermezza ad un giudizio secondo loro “politico”, che rappresenta l'attacco finale della magistratura di sinistra al cavaliere di Arcore.

Il solito teorema quindi, il solito complotto ordito dalle “toghe rosse” per fermare la carriera politica di Berlusconi e toglierlo una volta per tutte dal campo di gioco. L'ennesimo alibi di un presunto leader carismatico che da quando è “sceso in campo” ha spacciato per interessi collettivi e generali quelli che si sono invece rivelati solo meri interessi personali e di parte. E sempre allarmando la piazza, prima sul pericolo comunista – un evergreen che raccoglie sempre un ottimo consenso –, poi sulla minaccia di una magistratura politicizzata e complottista, e infine sul giogo di un'Unione Europea brutta e cattiva, che tassa, perseguita e bastona gli italiani brava gente. In realtà un demagogico escamotage che rivela da un lato il vuoto programmatico di un partito, il Pdl, ossessionato dal potere e fondato sul culto personale, e dall'altro una radicata subcultura antistatale – in cui lo Stato è un nemico che impone gabelle, tasse e restrizioni al “libero mercato” e alla “libera impresa” (quindi non più libera di aggirare creativamente la legge, ça va sans dire...) – alla quale si aggiunge una malcelata insofferenza verso il regime fiscale in genere, condivisa da buona parte della categoria imprenditoriale medio-borghese storicamente votata a “evadere l'evadibile”. L'ennesimo paravento all'incapacità politica di uno pseudo statista che invece sarà sempre e solo un abile piazzista, come ammoniva in tempi non sospetti Indro Montanelli (che di sicuro comunista non era...): un venditore di sogni e di fumo. Certo, un piazzista molto convincente e seduttivo, ma pur sempre un venditore del nulla, che ha raggirato e incantato la gente – e tanti purtroppo ancora gli corrono dietro – promettendo di non aumentare le tasse (l'Imu è stata invece introdotta nel 2011 proprio dal governo Berlusconi su proposta del ministro Calderoli, lo stesso cervello fino che ha partorito il “Porcellum” elettorale), di costruire il ponte di Messina e di realizzare il nuovo miracolo italiano.
Perché invece nulla di miracoloso e rilevante Berlusconi ha fatto in vent'anni di politica attiva – passati gran parte al governo del nostro Paese – se non far aumentare il debito pubblico, far crescere la disoccupazione, far ristagnare il Pil e dare una pessima immagine dell'Italia all'estero, con una gestione del potere in vecchio stile doroteo, solo per interessi corporativi, personali e di bottega, che hanno trovato la loro infausta sublimazione nella depenalizzazione del falso in bilancio e nel tentativo di estinguere il reato di appropriazione indebita (articolo 646 del Codice Penale).

E adesso, subito dopo la conferma della condanna in Cassazione nel processo Mediaset, ecco arrivare a sorpresa la nuova emergenza italiana che dovrebbe essere sostenuta pure dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – al quale alcuni maggiorenti pidiellini sono arrivati perfino a chiedere la grazia immediata per il loro leader – e rivoltare l'agenda politica del governo Letta: la riforma della giustizia. Di punto in bianco passano così in secondo piano l'Imu, l'aumento dell'Iva, le politiche sul lavoro, la spending review, i costi della politica, la semplificazione amministrativa e tutte le riforme indispensabili per il rilancio e lo sviluppo dell'economia. Perché il rais di Arcore, il pregiudicato Silvio Berlusconi, ha così ordinato: «O riforma immediata della giustizia o elezioni anticipate». Alla faccia del senso di responsabilità verso la “res publica”. Alla faccia degli impegni presi davanti alla nazione sull'emergenza economica e occupazionale che il governo di grandi intese sta faticosamente cercando di risolvere. Alla faccia degli interessi comuni della gente. Alla faccia della sopravvivenza delle nostre imprese, ormai agonizzanti e disperate, e di quella di tanti lavoratori, sempre più precari e senza futuro.

Complimenti allora a Berlusconi e “chapeau” in particolare ai “clientes berluscones” che siedono in Parlamento – su tutti il senatore Sandro Bondi che da improvvisato aruspice prevede il «rischio di guerra civile» – che si sono stretti compatti attorno al loro leader, capo carismatico e unicervello del Pdl, in una protesta irresponsabile che può segnare le sorti del governo Letta e creare – fatto ancora più grave e inquietante – un vulnus profondo fra due poteri indipendenti e autonomi dello stato: quello politico e quello giudiziario.

E complimenti all'agguerrito esercito di Silvio, a tutti gli iscritti, simpatizzanti ed elettori del Popolo della Libertà, ironicamente definito da Beppe Grillo «partito di nominati guidati da un pregiudicato», per non aver ancora capito che quello di Berlusconi non è affatto un partito di centrodestra, ma semplicemente il partito di Silvio Berlusconi. Un partito individuale, nato e costruito attorno ad una persona, in difesa dei suoi molteplici interessi, ma che nulla ha a che fare con le radici storiche della destra politica italiana ed europea. Qualcuno sulla “rive droite” del Tevere si è già accorto di questo ventennale imbroglio, chi da qualche anno (Fini, Bocchino, Casini) chi da meno tempo (La Russa, Meloni, Crosetto, Alemanno). Basterebbe aprire un po' gli occhi per capire, senza infingimenti e con un piccolo sforzo di onestà intellettuale, che dietro gli stucchevoli attacchi alla “sinistra”, ai “comunisti” e alle “toghe rosse” non c'è un uomo di destra, ma un imprenditore puro che è entrato in politica per salvaguardare i propri privilegi e vantaggi acquisiti nel Far West della Prima Repubblica, quella governata dal CAF, il famigerato asse Craxi-Andreotti-Forlani). Privilegi e vantaggi, però, che dopo Tangentopoli ed il vuoto politico creatosi con la fine di Psi e Dc erano stati messi fortemente a rischio.

Auguriamoci allora, in alternativa ad un Partito Democratico riformista e progressista, di vedere quanto prima la nascita di un nuovo e credibile partito di destra – simile al Partito Repubblicano statunitense per intenderci – realmente moderato, liberale ed europeo. E soprattutto aperto, pluralista, eterogeneo e non più ostaggio di un solo individuo, di un solo padre-padrone, di un solo capopopolo che per il “suo” progetto finisce di fatto per bloccare le riforme, la vita istituzionale e gli interessi “collettivi” di un'intera nazione. Ancora di più se questo leader, come sintetizza con efficacia Francesco Jori dalle colonne del quotidiano “Il Piccolo” (domenica 4 agosto 2013), «è una persona di 78 anni, condannata in via definitiva per una frode fiscale da oltre 7 milioni di euro, con una condanna in primo grado per concussione e prostituzione minorile, con altri quattro rilevanti procedimenti in corso e con sette prescrizioni alle spalle. Un pregiudicato che chiede la grazia per interposta persona, oltretutto continuando a proclamarsi vittima di una congiura. Un politico che per un anno dovrà vivere agli arresti domiciliari o impegnarsi nei servizi sociali, e che nelle prossime elezioni non potrà comunque candidarsi».

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