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Notizie > Attualità > 23 Aprile 2013

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Regionali FVG: Serracchiani batte Tondo sul filo di lana ma a trionfare è l'astensione

di Claudio Bisiani

Debora Serracchiani, neo presidente della Regione FVG

Trieste (TS) - Debora Serracchiani è il nuovo presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, ma a il vero vincitore è l'astensionismo. La candidata del centrosinistra si impone al fotofinish (poco più di duemila voti di vantaggio) dopo un appassionante testa a testa con Renzo Tondo, governatore uscente e leader del centrodestra, mentre deludono Saverio Galluccio del Movimento 5 Stelle e Franco Bandelli della lista civica “Un'altra Regione”.

La bassissima partecipazione al voto – solo il 50.48%, praticamente un elettore su due – è il dato principale e inequivocabile, senza precedenti quanto a dimensione percentuale, che emerge fragoroso dalle urne nella tornata elettorale del 21 e 22 aprile in Friuli Venezia Giulia per il rinnovo del presidente e del Consiglio Regionale. Un risultato temuto da molti e fra l'altro già anticipato su questa testata qualche giorno fa. Nessuna capacità divinatoria fuori dal comune, sia chiaro, ma la previsione più realistica conseguente all'analisi obiettiva di un quadro politico locale e nazionale quanto mai rissoso, desolante e caotico. Uno scenario complessivo che in Friuli Venezia Giulia convinceva davvero poco con quattro candidati in lizza per la presidenza regionale che hanno lasciato l'elettorato alquanto indifferente e distaccato, mentre nella capitale – dopo il grottesco flop delle nomine al Quirinale di Franco Marini e Romano Prodi, fino al ritorno del “salvatore della patria” Giorgio Napolitano – si andava consumando l'incredibile “cupio dissolvi” del Pd accanto al tentativo abortito di “marcia su Roma” degli inviperiti 5 Stelle di Beppe Grillo.


VINCE IL PARTITO DELL'ASTENSIONE
Il primo dato, senza dubbio il più significativo e roboante, di queste elezioni regionali 2013 è dunque quello dell'astensione. Quasi la metà degli aventi diritto al voto infatti non si è recata alle urne, allargando la forbice già ampia della disaffezione popolare verso un certo modo di “fare politica” che a questo punto impone ai partiti una doverosa assunzione di responsabilità e l'avvio di una seria riflessione e autocritica. Sperabilmente in tempi rapidi e con soluzioni credibili e condivise. Questi, alla fine, gli eloquenti numeri con la percentuale dei votanti: 50,48%, rispetto al 72,33% delle regionali 2008 e al 77,19% delle elezioni politiche di solo due mesi fa.


PD PRIMA LISTA DAVANTI A PDL. BRUSCO STOP DEL M5S, CROLLA LA LEGA
Il primo dato a balzare agli occhi è la brusca frenata del Movimento 5 Stelle. La formazione di Beppe Grillo, pur ottenendo un risultato soddisfacente (poco inferiore al 20%), sembra non rappresentare più – o per lo meno con assai meno forza e credibilità – il voto di protesta. Perché chi ha voluto protestare questa volta lo ha fatto disertando le urne. Insomma, l'effetto Grillo appare già in profonda crisi o se non altro in sensibile flessione. Un risultato che si può spiegare anche con la delusione nei confronti di un movimento che si esalta nel momento della protesta – spesso demagogica, che strumentalizza la piazza e considera il web come l'unico vero spazio di partecipazione democratica –, ma che si irrigidisce e scappa nel momento di assumersi concretamente e in prima persona un ruolo di responsabilità e di governo.

Un'altra considerazione, sempre analizzando l'alto astensionismo e la disaffezione dei cittadini al voto, non può non far riferimento alla crisi in atto nel principale partito italiano: il Pd. Una crisi imprevista e devastante, che ha avuto riflessi anche nella presente tornata elettorale con la conseguenza che una parte non irrilevante dell'elettorato di centrosinistra non si è proprio recata a votare. E tutto questo al di là del risultato positivo ottenuto da Debora Serracchiani (39,39%)e dallo stesso Partito Democratico regionale (26,82%). Un risultato che però non può e non deve nascondere il correntismo e le divisioni laceranti di un partito da ricostruire dalla base.

Per quanto concerne il Pdl, la sconfitta di Renzo Tondo – anche se per una manciata di voti e con un discreto successo della sua lista "Autonomia responsabile" – mette comunque in luce la bocciatura di un modo "ingessato" di fare politica e di un governo regionale che nei passati cinque anni è stato giudicato poco efficiente, oltretutto infangato dal recente scandalo dei “rimborsi facili” che ne ha intaccato definitivamente la credibilità.

Riflessione finale per la lista civica “Un'altra Regione” di Franco Bandelli – il classico manzoniano vaso di coccio tra vasi di vetro – che non arrivando neppure al 2,5% porta a casa un risultato a dir poco deludente, mentre prosegue la caduta libera della Lega Nord che in sostanza dimezza i voti (dal 13% all'8,2%) retrocedendo da terzo a quinto partito regionale.


CONSIGLIO REGIONALE: I 9 ELETTI DI TRIESTE
Dei 49 nuovi eletti che andranno ad occupare gli scranni del Consiglio Regionale di Piazza Oberdan ce ne sono nove “triestini”: Franco Codega, Franco Rotelli, Giulio Lauri, Emiliano Edera e Igor Gabrovec per il centrosinistra, Andrea Ussai e Paola Sabrina Sabia dei grillini, Bruno Marini e l'ex sindaco Roberto Dipiazza per il centrodestra. Restano fuori invece il candidato presidente del Movimento 5 Stelle Saverio Galluccio e quello della lista civica “Un'altra Regione” Franco Bandelli.


IL PALAZZO E LA PIAZZA
Nel saggio di Alexis de Tocqueville “La democrazia in America”, una delle bibbie della politologia di ogni tempo, l'autore spiegava come l'elettorato fosse istintivamente orientato a preferire rappresentanti mediocri per poterli poi dileggiare senza pietà. Una sorta di “elezione del peggio”, artatamente meditata, al fine di maramaldeggiare e linciare il politicante sfigato e incapace. E' difficile capire se questo inquietante “istinto” sia ancora presente nell'elettorato di oggi, ma certamente qualche pensierino in questa direzione spesso lo si fa. Se non altro considerando che la stragrande maggioranza degli elettori è formato da persone che se ne fregano altamente della politica, non ne sono affatto interessate e la considerano “roba sporca” da prendere in considerazione solo il giorno delle elezioni. Ecco, un simile corpo elettorale dimostra come la nostra democrazia debba fare ancora molta strada. In termini di cultura, educazione e preparazione. Spiegando che la partecipazione alla vita sociale e politica (nel senso etimologico di polis, cioè “città, comunità di cittadini”) è importante. Ma che la partecipazione senza un minimo di conoscenza - leggi educazione civica, storica e culturale – è davvero impossibile. Almeno che non si consideri, erroneamente, la democrazia come un'arena dove tutti hanno il diritto di fare e dire tutto.

Ernesto Rossi, grande politico e antifascista del '900, ammoniva che «la democrazia è conoscere per deliberare». Senza la conoscenza, insomma, non si può scegliere e decidere nulla perché appunto non esiste “doxa” (opinione) senza “episteme” (conoscenza). I richiami "mitici" alla gente, all'opinione pubblica, alla piazza, alla società civile o all'elettorato che dir si voglia sono giusti, ma solo in parte. Perché se è vero che bisogna sempre ascoltare chiunque – e soprattutto i politici devono aprire bene le orecchie alla protesta e alle sacrosante lamentele del "popolo sovrano" – è altrettanto vero che non ci si può lasciare trascinare dalle ondate emotive delIl palazzo del Consiglio Regionale FVGla folla, senza dubbio giustificate, ma spesso rabbiose, violente, manipolabili e incontrollate. Altrimenti aumenta il rischio di una crescente deriva demagogica quanto mai pericolosa e distruttiva. E' su questo snodo cruciale che la futura classe dirigente deve riflettere. E' a questi temi di fondo che la classe politica, sia a livello locale che nazionale, deve dare immediata risposta.

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